Eccoci qui di ritorno dopo aver annunciato l’avvio del progetto “Rifiuti a costo zero”.
Purtroppo, quando si comincia uno studio, occorre conoscere bene quali sono i punti di partenza, in quanto, nel mondo dei rifiuti, come in tutte le attività umane, è impossibile trovare soluzioni ad impatto ambientale zero. Si tratta, quindi di trovare soluzioni che abbiano il minore impatto possibile.
In questo periodo abbiamo approfondito quella che è la situazione rifiuti nel Salento. Non è ancora un lavoro finito, ma le idee sono molto più chiare oggi rispetto ad un mese fa.
I problemi ambientali creati dai rifiuti sono di diversi tipi:
- Abbiamo un impatto dovuto all’ingombro. All’occupazione di spazi che abbiano caratteristiche adeguate a contenere l’enorme massa di rifiuti solidi urbani (RSU). Spazi che cominciano ad essere sempre più difficili da individuare, anche e giustamente, a causa di normative sempre più stringenti a tutela della salute umana e dell’ambiente.
- Un secondo problema è l’inquinamento. L’inquinamento dell’aria, del suolo e delle falde acquifere. L’enorme quantità di RSU che viene accumulata, emette nell’aria gas che vanno dal tossico, al “semplice” cattivo odore, all’effetto serra, all’aumento del buco dell’ozono, in quantità non trascurabili. Inoltre, il vento, le piogge, ma anche le stesse acque di percolazione, trasportano gli inquinanti a distanza e in profondità nel terreno causando effetti collaterali all’ecosistema circostante, difficilmente prevedibili. Le falde superficiali rischiano di subire infiltrazioni periodiche, soprattutto nei periodi più piovosi, che poi, con l’irrigazione nei periodi più secchi vanno ad inquinare i campi agricoli. Altri trasportatori involontari di inquinamento, sono quegli animali che in questi luoghi si nutrono. Per non parlare dello sviluppo di animali infestanti e veicolo di infezioni anche pericolose (topi, mosche, zanzare)
- L’impatto paesaggistico. Non è mai piacevole vedere queste vaste distese di terreni ricoperte di rifiuti, ormai, sempre più spesso oltre il limite di capienza previsto in fase di autorizzazione.
Inoltre, proprio per la disomogeneità delle varie componenti, è praticamente impossibile monitorare le emissioni in modo adeguato. Si potrebbero elencare altri motivi per cui le discariche devono diventare il luogo dove giungono il minor numero possibile di RSU. E’ la soluzione da deprecare in tutti i modi!
Come ottimizzare questo risultato è quello di cui ci occuperemo da ora in poi.
Il sistema attuale di raccolta dei rifiuti permette una raccolta differenziata che si è attestata attorno al 20% per il Salento. Dopo un lieve e progressivo aumento ottenuto nei primi anni di adozione del metodo, da alcuni anni, si è stabilizzata se non addirittura decresciuta. Questo metodo, costato ai cittadini cifre tutt’altro che modeste, a distanza di qualche anno, sta dimostrando tutti i suoi limiti. Il rapporto costi/benefici è stato sicuramente svantaggioso e nulla è stato fatto dalle amministrazioni locali per cercare di riparare a questo fallimento. Se si tiene conto che in questi anni è aumentata l’attenzione della gente verso la raccolta differenziata, probabilmente, questo standard di raccolta differenziata, sarebbe stato comunque raggiunto. Diventa allora difficile stabilire quale sia stato il beneficio effettivo di questo metodo di raccolta. Tuttavia, non è ancora questo il momento per occuparci della raccolta differenziata, ma vedremo che anche su questo si può migliorare notevolmente.
Per ora ci basti sapere che oggi si ritiene che l’80-90% dei rifiuti sono riciclabili o, almeno, riutilizzabili in qualche modo. Ma sono risultati di eccellenza a cui bisogna ambire, ma noi riteniamo raggiungibili, in tempi ragionevoli, risultati compresi tra il 50-60% di differenziato.
Che la raccolta differenziata sia stata più o meno efficiente, resterà sempre un residuo, più o meno abbondante che dovrebbe essere diretto in discarica.
La matrice indifferenziata può essere utilizzata in qualche modo?
La risposta è: certamente sì!
La frazione indifferenziata, sottoposta ad un ulteriore procedimento di separazione automatica delle parti metalliche e inerti (p.e. vetro), può essere convertito in CDR (combustibile derivato da rifiuti) ed immesso sul mercato. Se il CDR rispetta determinati parametri viene considerato CDR-Q, un combustibile normalmente utilizzabile nelle normali caldaie o stufe a pellet senza alcuna modifica impiantistica. In questo caso si prenderebbero dei contributi (conto energia) in base al nuovo sistema dei certificati verdi. In questo caso, il CDR-Q ,diventerebbero un discreta fonte di reddito.
Ma il CDR può essere utilizzato in co-combustione negli impianti termoelettrici e nei cementifici andando a sostituire parte del carbone che normalmente viene utilizzato.
Nel Salento abbiamo impianti come la centrale termoelettrica di Cerano (BR) e il Cementificio Cementir a Taranto e, forse, anche alcuni processi dell’ILVA potrebbero essere parzialmente alimentati da CDR.
Sono industrie di cui subiamo tutti effetti più deleteri del loro inquinamento in un delicato e dramatico equilibrio tra diritto al lavoro e diritto alla salute (come sta dimostrando il caso ILVA). Non è questa la sede per occuparci di quanto sia prevalente l’uno o l’altro diritto. Di certo sono realtà che sono presenti e di cui, probabilmente, il Salento non potrà farne a meno ancora per parecchi anni. Allora, bisogna cercare di convivere con esse cercando di renderle sempre più compatibili con le comunità che sono costrette a subirle e cercare di sfruttarne le opportunità.
Per quanto segue mi baso sui risultati raggiunti a Venezia grazie ad un accordo raggiunto tra Regione Veneto, Provincia e Comune di Venezia con l’ENEL, oggi vengono utilizzati ben 70.000 tonnellate/anno di CDR per la produzione di energia elettrica in sostituzione del carbone. Si conta di raggiungere a regime una fornitura pari a circa 100.000 ton/anno. La centrale termoelettrica Veneziana ha una capacità produttiva pari a circa la metà di quella di Cerano. E’ quindi prevedibile che la centrale di Cerano potrebbe assorbire qualcosa come 170.000 (e probabilmente anche più) tonnellate di CDR all’anno, pari a circa 300.000 ton/anno di RSU indifferenziati, e di cui solo meno del 10% potrebbe finire in discarica (circa 20 – 30.000 tonnellate).
Anche se l’inquinamento emesso dalla centrale non subirebbe variazioni significative, verrebbe sottratto un inquinamento enorme dalle discariche che emetterebbero un inquinamento equivalente aggiuntivo, ma incontrollato. Infatti le centrali, i cementifici e le varie industrie, sono dotati di sistemi più o meno efficienti di riduzione dell’inquinamento mentre le discariche ne sono assolutamente prive.
Probabilmente, le industrie presenti nel Salento sono sufficienti, presupponendo una buona raccolta differenziata, a coprire il proprio fabbisogno se non, addirittura, accogliere rifiuti provenienti da altre parti della Puglia, senza aumentare la quantità di emissioni inquinanti, facendo così sparire, quasi del tutto, le discariche.
Facciamo un esempio:
Taviano, comune di circa 12.000 abitanti, conferisce in discarica circa 5.000 ton/anno di RSU indifferenziati.
Nell’esempio preso in esame si devono tener presente che si tratta di una semplificazione:
- Teniamo presente che la quantità di RSU indifferenziati può essere ridotta da una migliorata raccolta differenziata che oggi si attesta ad un 20% scarso. La raccolta differenziata conferisce ai rifiuti un più elevato valore aggiunto. Quindi si otterrebbero economie minori in questo processo, ma molto più elevate nel processo totale di trattamento dei rifiuti. Questa che andiamo ad esaminare è, pertanto, una delle situazioni a più basso rendimento economico.
- Inoltre, bisogna tener presente che queste devono essere iniziative consortili che interessano più comuni (p.e. l’Unione de Comuni Alliste, Matino, Melissano, Racale e Taviano) e comprenda una popolazione di almeno 50.000 abitanti.
Il costo stabilito dall’ATO per conferire gli RSU in discarica è di ca. 96,00 €/ton.
5.000 x 96=480.000
A questa cifra, vanno aggiunte altre ca. 40,00 €/ton per il trattamento degli RSU presso l’impianto di essiccazione:
5.000 x 40= 200.000 per un costo totale di 480.000+200.000=680.000
Invece, in seguito al trattamento, si avrebbe un massimo di 500 ton/anno (circa il 10% senza ulteriori processi di differenziazione) da conferire in discarica.
500×96=48.000 € 500×40=20.000 € Totale 68.000
Con un risparmio di 680.000-68.000=612.000 €/anno
Dalle 5.000 ton trattate si ottengono, considerando un rendimento del 55%, CDR pari a:
5.000×55/100=2.750 ton di CDR che venduti anche a 100 €/ton (meno del prezzo del carbone pagato dall’ENEL) produrrebbero altri 275.000 €.
Anche ammettendo che questa cifra serva a coprire i costi di trasformazione (ma così non è perché l’impianto dovrebbe in realtà servire più comuni e il costo verrebbe condiviso), avrebbe comunque prodotto alcuni posti di lavoro, portato al risparmio di oltre 600.000 €.
Non abbiamo considerato eventuali contributi regionali, che sono disponibili, assegnati a progetti di riduzione dell’inquinamento e di ottimizzazione di utilizzo degli RSU, né gli eventuali incentivi statali per i certificati verdi in caso di CDR-Q che potrebbero rappresentare una componente cospicua di guadagno. Altre economia sono individuabili. Il tutto permetterebbe di creare, grazie a un consorzio di comuni, un impianto i cui costi verrebbero ammortizzati in pochi anni, senza alcun aggravio per i cittadini, e creerebbe nuova occupazione. Questi argomenti verranno esaminati in dettaglio più avanti.
Ora mi piacerebbe ricevere commenti e osservazioni su quanto descritto in questo articolo.
Per approfondimenti:
LA CO-COMBUSTIONE DEL CDR:
L’ESPERIENZA DEL POLO INTEGRATO DI FUSINA
M. Grosso, L. Rigamonti