Rifiuti a costo zero – Il viaggio continua: la tassa (TARES)

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Continuiamo il nostro viaggio nel mondo dei rifiuti e speriamo, che alla sua fine, riusciremo a farveli vedere un po’ meno sporchi di quello che sono oggi!

In due articoli precedenti ci siamo occupati dell’organizzazione aziendale e dei piccoli accorgimenti che, da una parte, possono portare ad un non trascurabile risparmio nella gestione dei rifiuti e dall’altra, possono essere alquanto educativi e con risvolti sociali apprezzabili.

Oggi ci occuperemo di TARES, la nuova tassa sui rifiuti.

Il metodo di tassazione:

La tassazione sullo smaltimento e riciclo dei  rifiuti solidi urbani (RSU), prevede una proporzionalità in base alla superficie occupata, coperta e scoperta, da cui possano avere origine rifiuti. Viene stabilita una tariffa alla quale, mediante apposito regolamento, si possono prevedere sconti ed esenzioni.  Si prevede la possibilità di agire con sconti incentivanti verso gli individui che riciclano, attraverso premi che possono essere erogati in varie forme: dallo sconto sulla tassa alla elargizione di buoni spesa o addirittura con denaro contante. Queste forme incentivanti, la cui applicazione non è obbligatoria, sono state ignorate in quasi tutto il Salento.

Il metodo di tassazione prevede che gli importi totali derivanti dalla tassa sui rifiuti devono coprire integralmente i costi di tale servizio e di quelli correlati. Pertanto ciò che viene riscosso dalla tassa sui rifiuti, andrebbe destinato a coprire le spese del servizio. Tuttavia accade che, poiché tali somme riscosse non sono vincolate a tale spesa, si finisce sempre che vengono spesi per altro e i rifiuti restano senza fondi.

Chi già copriva l’intero servizio, non avrebbe dovuto avere aumenti. In realtà è previsto un aumento della tariffa  in ogni caso che andrà da 0,30 € a 0,40 € al m2.

La TARES prevede anche la possibilità di  una  tariffa  avente natura corrispettiva, in luogo del tributo per quei  comuni che hanno realizzato sistemi  di  misurazione  puntuale della quantità di rifiuti conferiti al  servizio  pubblico.

Le nostre considerazioni:

Fermo restando che ancora una volta la legge è stata scritta da chi non conosce il problema rifiuti, ma semplicemente da contabili, i costi per la gestione dei rifiuti sta diventando un costo di rilievo per una famiglia media. Quindi, a maggior ragione non è più rimandabile una gestione economicamente ed eticamente corretta dei RSU.

In effetti un sistema perfetto dovrebbe prevedere di far pagare il costo del servizio sulla base dei rifiuti prodotti effettivamente e non differenziati. Questo avrebbe l’effetto di aumentare l’attenzione delle persone già sugli acquisti, indirizzandoli su quei prodotti più attenti all’uso di imballaggi e componenti riciclabili. Le leggi prevedono già certificazioni per quei prodotti che sono composti da materiali completamente riciclabili. Ci sarebbe anche maggiore attenzione sulla differenziazione.

Tuttavia, non esiste il metodo per conoscere la quantità di rifiuti prodotta, ma solo quella conferita. Questo rischierebbe, in un luogo dove l’attenzione per l’ambiente è ancora molto bassa come nel Salento, di incentivare il sorgere di discariche abusive, dove la gente, nel tentativo di pagare meno tasse, vada a gettare in modo disonesto i rifiuti. Questo avrebbe un altro effetto: siccome il comune in cui si trova la discarica abusiva è tenuto comunque a smaltire quei rifiuti, il risultato sarebbe che quei costi si ripartirebbero tra i contribuenti in modo proporzionale ai rifiuti conferiti. Di conseguenza gli onesti pagherebbero anche per i disonesti.

Allora meglio una tassa più approssimativa sulla dimensione dei locali e degli spazi scoperti. Tuttavia, alla fine della nostra storia, il fatto che sia utilizzato un metodo di calcolo approssimativo avrà poca importanza, in quanto la legge prevede una copertura totale dei costi nello stabilire la tariffa ed il nostro scopo è proprio quello di portare tali costi a cifre molto prossime allo zero.

Inoltre, andrebbe utilizzata la scontistica/rimborso in base alla raccolta differenziata conferita in quanto, oltre a ridurre i costi di raccolta e addirittura aumentare gli introiti derivanti dalla rivendita di tali prodotti, permetterebbe un riequilibrio parziale verso i soggetti più attenti e sensibili al problema, a correzione del metodo di calcolo della tassa che, invece, non permette tale distinzione.

Come ciò possa avvenire tecnicamente, lo vedremo nel prossimo articolo in cui ci occuperemo della raccolta dei RSU.

D.L. n. 201/2011 art. 14 (Istituzione del tributo comunale sui rifiuti e sui servizi)  commi:

11.   La tariffa è composta da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio di gestione dei rifiuti, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi  ammortamenti, e da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio. La tariffa è determinata ricomprendendo anche i costi di cui all’articolo 15 del decreto.

13.   Alla tariffa determinata in base alle disposizioni di cui ai commi da 8 a 12, si applica una maggiorazione pari a 0,30 euro per metro quadrato, a copertura dei costi relativi ai servizi indivisibili dei comuni, i quali possono, con deliberazione del consiglio comunale, modificare in aumento la misura della maggiorazione fino a 0,40 euro, anche graduandola in ragione della tipologia dell’immobile e della zona ove è ubicato.

17.   Nella modulazione della tariffa sono assicurate riduzioni per la raccolta differenziata riferibile alle utenze domestiche.

29.   I comuni che hanno realizzato sistemi  di  misurazione  puntuale della quantità di rifiuti conferiti al  servizio  pubblico  possono, con regolamento,  prevedere  l’applicazione  di  una  tariffa  avente natura corrispettiva, in luogo del tributo.

Lancio una provocazione: le strutture sportive “incompiute” come risorsa di sviluppo

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Piscina RacaleNegli ultimi tempi, sono state diffuse su Facebook foto e video di due strutture sportive mai ultimate: la piscina e il pallone tensostatico di Racale. A Taviano abbiamo diverse strutture sportive tutte inutilizzate o sottoutilizzate e che in bilancio significano un bel costo per la comunità: la pista di atletica, il palazzetto dello sport, il parco Ricchiello, il centro sportivo a Mancaversa (tutte strutture in stato di abbandono o di semi abbandono di manutenzione). Ma non contenti di tutto questo, gli amministratori di Taviano stanno costruendo un ulteriore centro sportivo in zona Gallari. Che, se oggi suscita orgoglio nei cittadini, domani susciterà sdegno per l’impossibilità di fare l’opportuna manutenzione. Sì, perché i fondi europei hanno questo difetto: aiutano a creare infrastrutture che poi bisogna far produrre, dovrebbero essere occasione di sviluppo. Qui, i fondi europei vengono utilizzati per produrre strutture usa e getta. Finché durano con l’investimento iniziale e poi si abbandonano. Una volta diviso il malloppo, basta! Penso che questa situazione sia presente anche negli altri Comuni dell’Unione. Nessun piano di sviluppo comunale o intercomunale viene seguito. Correre ai ripari dopo è sempre più difficile che partire con un progetto.

Milioni di Euro gettati via.

Quello che tuttavia mi deprime di più è la rassegnazione a questo scempio da parte degli amministratori locali.

E’ sufficiente dire che è colpa di chi ha governato in passato e la propria coscienza è a posto.

Purtroppo, decenni di politica assistenzialista da parte del governo centrale ha ingenerato questo atteggiamento: i problemi spetta sempre a qualcun altro risolverli.

Tuttavia, i tempi stanno cambiando e le spinte verso un federalismo fiscale (giusto o sbagliato che sia) diventano sempre più pressanti. Occorre quindi in tempi rapidi cercare di cambiare la mentalità. Dobbiamo imparare a risolvere i nostri problemi da soli.

Allora, da privato cittadino provo a lanciare una provocazione. Non vuole essere “la soluzione” del problema, né una soluzione. Il mio scopo è quello di stimolare una discussione  sull’argomento e cercare delle soluzioni efficaci affinché non ci si rassegni a tanto spreco senza almeno aver provato a dare, a tali strutture, la dignità per cui la comunità europea ci ha dato quei fondi.

Da tempo, con amici, discutevamo su cosa potrebbe essere fatto nell’area dell’Unione dei Comuni Ionica Salentina per attrarre l’attenzione e che non sia stato già fatto da altri. Non abbiamo spiagge di particolare interesse, i centri storici (Felline a parte) non hanno tratti distintivi particolari, la “Città dei fiori” è ormai tale solo nel nome (tutti i turisti mi chiedono: “ma i fiori dove sono?”.

L’idea è di promuovere l’Unione dei Comuni come “Cittadella dello sport” e polo sportivo per tutto il Salento. Un centro sportivo polifunzionale per ritiri per allenamenti, congressi, manifestazioni.

I soldi per il completamento delle opere potrebbero essere recuperati costituendo una società o a capitale misto (pubblico e privato) o solo privato, la componente privata basata, in ogni caso, su un azionariato popolare in modo che gli avvoltoi speculatori possano essere tenuti a bada. Nel primo caso i comuni entrerebbero mettendo come capitale iniziale gli immobili da coinvolgere nel progetto nello stato in cui si trovano; nel secondo caso l’Unione dei Comuni, facendosi carico comunque della promozione dell’iniziativa, dovrebbero concedere lo sfruttamento commerciale delle strutture da parte della società che li andrebbe a completare per un periodo più o meno lungo. In entrambi  i casi, dopo aver fatto una stima delle necessità finanziarie, promuoverebbero una vendita di piccole quote di capitale (p.e. pacchetti di 50,00 €). Mettendo come limite massimo per un unico possessore il 5% del capitale sociale.

Realtà di questo tipo sono già presenti in Italia (p.e. Sportilia vicino a Forlì). Lì hanno come attrattiva le colline e tanto spazio verde, noi abbiamo i centri sportivi integrati nelle cittadine, ma il Salento offre oggi un’attrattiva che nessuno ha in Italia.

Si recupererebbero i centri sportivi non ultimati, con buone possibilità di guadagno da parte della società che li gestirebbe. Inoltre, si avrebbe un indotto sull’economia grazie alla possibilità di destagionalizzare il turismo. Infine, si darebbe la possibilità a i salentini di un centro sportivo attrezzato in cui eventuali talenti potrebbero essere seguiti per un avvio ad una carriera sportiva (faccio notare che un’atleta del calibro di Daniele Greco è costretto ad allenarsi in una pista di atletica decadente). Infine, potrebbe essere di richiamo per altri atleti da tutta la Puglia, ma anche da altre parti di Italia. La possibilità di praticare sport in Italia è legata alla sola possibilità di arruolarsi. La selezione e la gestione è affidata al caso e alla caparbietà degli atleti.

Visto che si parla tanto di unire i comuni, sarebbe anche l’occasione per mettere alla prova le comunità sulla capacità di lavorare insieme su un progetto.

Rifiuti a costo zero – Pubbliche Amministrazione e la cultura del riciclo con piccoli impegni

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mercatino dell'usatoContinuiamo la nostra riflessione sul riciclaggio dei rifiuti!

E’ chiaro che l’obiettivo primo dovrebbe essere la prevenzione, cioè non si dovrebbero produrre rifiuti o, perlomeno, se ne dovrebbero produrre il meno possibile. E’ anche chiaro che per fare ciò sarebbe necessario una pianificazione a livello nazionale. Non riteniamo di poter incidere in maniera significativa a tale livello. Tuttavia, qualcosa si muove anche in tal senso. Grazie a decisioni europee che vanno in tale direzione, l’Italia si è dovuta adeguare con leggi atte a regolamentare il settore sia dal punto di vista della riduzione degli imballaggi, sia sui materiali utilizzati per la produzione (salvo che non ci siano alternative, si è obbligati a utilizzare materie prime riciclabili), sia per l’incentivazione all’utilizzo di materie prime e di prodotti derivati dal riciclaggio. Il problema è, come sempre in Italia, passare dalla legge alla sua applicazione. Un ulteriore problema è che le pubbliche amministrazioni che dovrebbero dare buon esempio e per le quali esistono già norme che obbligano in tal senso, non si preoccupano di perseguire una politica di attenzione per l’ambiente.

cartaAndiamo ora a suggerire alcuni piccoli accorgimenti, i cui costi sarebbero sicuramente economicamente sostenibili e che potrebbero dare il loro piccolo contributo ad una corretta gestione dei rifiuti. Sono consigli, ma le leggi che riportiamo in seguito imporrebbero interventi anche più efficaci che però, senza una politica di gestione dei rifiuti generalizzata, andrebbero a pesare ancora sulle tasche dei contribuenti. Mentre questi piccoli accorgimenti riportati sarebbero a costo zero o quasi (poche migliaia di euro al massimo che si ripagherebbero nel tempo).

  1. Posate e piatti in plastica lavabili e riutilizzabili nelle mense scolastiche e la fornitura di una lavastoviglie industriale.
  2. Carta riciclata negli uffici pubblici (uffici comunali, scuole, ecc.).
  3. Promozione e incentivazione dell’utilizzo dell’acqua del rubinetto mediante meccanismi di trasparenza che pubblicizzino la bontà della stessa con analisi frequenti che vengano pubblicate sul sito del comune. Qualora fosse necessario, utilizzando appositi filtri. Questo porterebbe ad una conseguente riduzione di bottiglie di plastica.
  4. Introduzione di sistemi di tariffazione che facciano pagare le utenze sulla base della produzione effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere. Questo meccanismo premia il comportamento virtuoso dei cittadini e li incoraggia ad acquisti più consapevoli.
  5. Un mercatino annuale in cui i cittadini svuotano le soffitte e le cantine e mettono in vendita o regalano gli oggetti che non intendono più utilizzare.  Oltre ad avere efficacia nell’allungare la vita degli oggetti, sarebbe occasione di socializzazione per la comunità interessata.
  6. Istituire un centro dove i disoccupati a conoscenza di mestieri utili allo scopo possano contribuire al riutilizzo di elettrodomestici e mobili che, una volta riparati possano ancora essere utilizzati e rivenduti. In cambio percepirebbero un assegno mensile di sostegno. Allo stesso tempo possano disassemblare ciò che non è possibile più utilizzare per separare i diversi componenti da smaltire poi correttamente.

riparazione mobiliRicordiamo che il D.Lgs n. 152 del 3 aprile 2006, Parte Quarta “Norme in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati” ed in particolare l’art. 179  dispone che le pubbliche amministrazioni debbano perseguire in via prioritaria iniziative dirette a favorire la riduzione e la prevenzione della produzione e della nocività dei rifiuti.

Il concetto di Acquisti verdi della Pubblica Amministrazione (Green Public Procurement, o GPP) è stato definito dalla Commissione europea come “l’approccio in base al quale le Amministrazioni Pubbliche integrano i criteri ambientali nelle fasi del processo di acquisto, incoraggiando la diffusione di tecnologie ambientali e lo sviluppo di prodotti validi sotto il profilo ambientale, attraverso la ricerca e la scelta dei risultati e delle soluzioni che hanno il minore impatto possibile sull’ambiente lungo l’intero ciclo di vita”.

Già nell’anno 2003 la stessa Commissione Europea aveva invitato gli stati membri ad adottare dei Piani d’azione nazionali, cd. PAN sul GPP; l’Italia aveva provveduto a “tale invito” con l’emanazione del Decreto interministeriale dell’11 aprile 2008, n. 135.

Acqua-di-rubinettoIl Piano prevede l’emanazione dei sopra citati criteri per undici categorie merceologiche individuate dalla Legge n. 296/2006 (Legge Finanziaria 2007), art. 1, commi 1126, 1127 e 1128, ovvero nello specifico: arredi, edilizia, gestione dei rifiuti, servizi urbani e al territorio, servizi energetici, elettronica, prodotti tessili e calzature, cancelleria, ristorazione, servizi di, gestione degli edifici, trasporti.

Il provvedimento del 12 ottobre 2009 adotta i primi criteri ambientali relativi a due prodotti (che rientrano in due delle citate undici categorie merceologiche più generali, ovvero cancelleria e servizi urbani e al territorio), ed in particolare:

  • carta in risme, vergine e carta riciclata;
  • ammendanti del suolo.

Per quanto concerne gli ammendanti il provvedimento (nell’allegato) stabilisce che per il rispetto dei requisiti di conformità normativa, l’ammendante dovrà:

  • essere conforme alle norme vigenti quali l’art. 2, comma 1, punto z) del decreto legislativo 217/2006 – “Revisione della disciplina in materia di fertilizzanti” e s.m.i.;
  • rispondere alle caratteristiche per gli ammendanti compostati di cui all’allegato 2 del D.Lgs. 217/2006 e s.m.i..

Per ciò che concerne i mezzi di prova di conformità alle specifiche tecniche, è possibile fare riferimento all’autodichiarazione sottoscritta da parte delle ditte concorrenti; la ditta “affidataria” dovrà produrre le certificazioni di conformità da parte di organismi indipendenti riconosciuti.

Per quel che attiene, infine, alle risme di carta, lo stesso provvedimento fa un accenno al rispetto delle indicazioni contenute nel D.M. n. 203/2003), il quale “prevede che gli uffici pubblici e le società a prevalente capitale pubblico coprano il fabbisogno annuale di manufatti e beni con una quota di prodotti ottenuti da materiale riciclato nella misura non inferiore al 30% del fabbisogno medesimo) e alla relativa Circolare applicativa del 3 dicembre 2004”.

Lo scopo del provvedimento in questione, pertanto, è quello d’incoraggiare la diffusione di tecnologie ambientali e di prodotti che siano validi sotto il profilo ambientale e con il minor impatto sull’ambiente per l’intero ciclo vitale.

Speriamo che con questo articolo siamo riusciti a dare un piccolo contribuito informando amministrazioni e cittadini. Le amministrazioni pronte a perseguire comportamenti poco corretti da parte dei cittadini, non dovrebbero  avere atteggiamenti di insofferenza verso le regole, soprattutto se non ci sono motivi che ne impediscano l’attuazione.

Rifiuti a costo zero – Cominciamo ad esporre il nostro progetto: “La gestione”

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200991094254 Il progetto “Rifiuti a costo zero” prosegue nella nostra riflessione interna all’associazone.

Mano a mano che ci chiariamo le idee, cerchiamo di coinvolgere anche tutti coloro che potrebbero essere interessati al problema.

Alcune strategie sono state definite e alcuni percorsi possibili elaborati, perché è chiaro che tutto ciò che noi proponiamo nei nostri progetti di riciclo è già stato collaudato, ma non sul nostro territorio e alla nostra mentalità di salentini. Infatti, un errore fatto in passato è stato quello di presumere che un metodo che abbia ottenuto buoni risultati altrove, una volta trapiantato da noi dovesse funzionare senza necessitare di aggiustamenti. Così si è consumato il clamoroso e ormai evidente e costosissimo sistema della raccolta porta a porta. In molti comuni del Salento esiste ormai da 7-8 anni e la raccolta differenziata si è attestata ad un misero 20%. In realtà, ritengo che sia molto più utile adattare il sistema alla mentalità della popolazione locale che cercare di cambiare stili di vita e abitudini delle persone.

Il primo passo che andiamo a prendere in esame è quello di stabilire chi si dovrebbe occupare del riciclo. Anche un ottimo progetto, gestito e amministrato male, darebbe risultati pessimi. Quindi l’argomento assume particolare rilevanza e di seguito esponiamo la nostra idea.
Da alcuni decenni vi è la consuetudine di gestire i servizi pubblici con società di capitali a partecipazione mista pubblico-privato, secondo il modello che ciò che è privato funziona meglio. Soluzione che in realtà non sempre si adatta alla gestione del servizio stesso,

soprattutto quando questo avviene in un mercato monopolistico e quasi.

Questo è dovuto al fatto che il privato ha come interesse prevalente il profitto, mentre il pubblico dovrebbe avere come interesse prevalente la qualità del servizio offerto. Quando si opera in un regime di monopolio, dove chi gestisce il servizio non ha la necessità di accattivarsi la benevolenza del cliente, il servizio erogato tenderà a livellarsi verso il basso come qualità a tutto vantaggio dei profitti nel caso di gestione condotta da privati.

raccoltadifferenziata1

In tema di gestione dei rifiuti, non si può correre alcun rischio che in qualche situazione possa prevalere l’interesse del profitto rispetto a quello della salute e del benessere dei cittadini. Pertanto riteniamo che tutte le fasi della gestione dei rifiuti solidi urbani (RSU) debbano essere gestiti da aziende del tipo Cooperativa o società di capitali controllata per il 100% da una fondazione, in ogni caso senza fini di lucro e che siano vincolati per statuto a reinvestire gli eventuali utili sul territorio, sia per migliorare la qualità e la salubrità del sistema di riciclo, sia in servizi utili ai cittadini per il miglioramento della qualità della vita. Lo statuto dovrebbe prevedere meccanismi di prevenzione e limitazione delle derive tipiche delle strutture in cui i politici vengono coinvolti, a vario titolo, ad avere potere decisionale: stipendi eccessivamente alti per determinate figure manageriali, troppe assunzioni, assunzioni clientelari e non meritocratiche in posizioni strategiche, ecc..

In pratica noi ipotizziamo dei centri di riciclo finanziati da alcuni comuni (per un totale di circa 40.000-50.000 abitanti).

Un esempio tipico potrebbe essere proprio l’Unione Ionica Salentina costituita dai Comuni di Alliste, Matino, Melissano, Racale e Taviano. Questi comuni assieme costituiscono un nucleo con una popolazione di circa 47-48.000 abitanti.

La struttura, come vedremo nei prossimi articoli, sarà in grado di gestire i rifiuti a partire dall’indifferenziata. A step successivi si potrebbe riuscire a ottenere materie prime da immettere su mercato, anche di alta qualità. Inoltre, a progetto completato in tutte le sue parti, dovrebbe avere anche quella flessibilità da permettere di gestire le fluttuazioni della domanda del mercato, permettendo per alcuni prodotti, più destinazioni finali durante il ciclo di trattamento.

raccoltadifferenziata

Questi sistemi non creano emissioni odorigene durante lo stoccaggio dei rifiuti sia prima, sia durante che dopo il trattamento. Solo durante il travaso dei rifiuti dai camion compattatori che si sono occupati della raccolta alle cisterne a tenuta corredate di appositi filtri per il trattamento dei gas sugli sfiatatoi. Naturalmente, la collocazione più adatta è in una zona industriale anche per evitare che il flusso dei camion crei problemi di traffico e di inquinamento alle città.

Nei prossimi articoli cominceremo a prendere in esame le diverse possibilità per la realizzazione di un primo impianto, programmando successive evoluzioni e progressive misure per rendere più efficienti e vantaggiosi economicamente (inteso nel senso lato del termine).

Progetto “Rifiuti a costo zero” – Trattamento rifiuti indifferenziati

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Eccoci qui di ritorno dopo aver annunciato l’avvio del progetto “Rifiuti a costo zero”.

Purtroppo, quando si comincia uno studio, occorre conoscere bene quali sono i punti di partenza, in quanto, nel mondo dei rifiuti, come in tutte le attività umane, è impossibile trovare soluzioni ad impatto ambientale zero. Si tratta, quindi di trovare soluzioni che abbiano il minore impatto possibile.

In questo periodo abbiamo approfondito quella che è la situazione rifiuti nel Salento. Non è ancora un lavoro finito, ma le idee sono molto più chiare oggi rispetto ad un mese fa.

I problemi ambientali creati dai rifiuti sono di diversi tipi:

  1. Abbiamo un impatto dovuto all’ingombro. All’occupazione di spazi che abbiano caratteristiche adeguate a contenere l’enorme massa di rifiuti solidi urbani (RSU). Spazi che cominciano ad essere sempre più difficili da individuare, anche e giustamente, a causa di normative sempre più stringenti a tutela della salute umana e dell’ambiente.
  2. Un secondo problema è l’inquinamento. L’inquinamento dell’aria, del suolo e delle falde acquifere. L’enorme quantità di RSU che viene accumulata, emette nell’aria gas che vanno dal tossico, al “semplice” cattivo odore, all’effetto serra, all’aumento del buco dell’ozono, in quantità non trascurabili. Inoltre, il vento, le piogge, ma anche le stesse acque di percolazione, trasportano gli inquinanti a distanza e in profondità nel terreno causando effetti collaterali all’ecosistema circostante, difficilmente prevedibili. Le falde superficiali rischiano di subire infiltrazioni periodiche, soprattutto nei periodi più piovosi, che poi, con l’irrigazione nei periodi più secchi vanno ad inquinare i campi agricoli. Altri trasportatori involontari di inquinamento, sono quegli animali che in questi luoghi si nutrono. Per non parlare dello sviluppo di animali infestanti e veicolo di infezioni anche pericolose (topi, mosche, zanzare)
  3. L’impatto paesaggistico. Non è mai piacevole vedere queste vaste distese di terreni ricoperte di rifiuti, ormai, sempre più spesso oltre il limite di capienza previsto in fase di autorizzazione.

Inoltre, proprio per la disomogeneità delle varie componenti, è praticamente impossibile monitorare le emissioni in modo adeguato. Si potrebbero elencare altri motivi per cui le discariche devono diventare il luogo dove giungono il minor numero possibile di RSU. E’ la soluzione da deprecare in tutti i modi!

Come ottimizzare questo risultato è quello di cui ci occuperemo da ora in poi.

discaricaIl sistema attuale di raccolta dei rifiuti permette una raccolta differenziata che si è attestata attorno al 20% per il Salento.  Dopo un lieve e progressivo aumento ottenuto nei primi anni di adozione del metodo, da alcuni anni, si è stabilizzata se non addirittura decresciuta. Questo metodo, costato ai cittadini cifre tutt’altro che modeste, a distanza di qualche anno, sta dimostrando tutti i suoi limiti. Il rapporto costi/benefici è stato sicuramente svantaggioso e nulla è stato fatto dalle amministrazioni locali per cercare di riparare a questo fallimento. Se si tiene conto che in questi anni è aumentata l’attenzione della gente verso la raccolta differenziata, probabilmente, questo standard di raccolta differenziata, sarebbe stato comunque raggiunto. Diventa allora difficile stabilire quale sia stato il beneficio effettivo di questo metodo di raccolta. Tuttavia, non è ancora questo il momento per occuparci della raccolta differenziata, ma vedremo che anche su questo si può migliorare notevolmente.

Per ora ci basti sapere che oggi si ritiene che l’80-90% dei rifiuti sono riciclabili o, almeno, riutilizzabili in qualche modo. Ma sono risultati di eccellenza a cui bisogna ambire, ma noi riteniamo raggiungibili, in tempi ragionevoli, risultati compresi tra il 50-60% di differenziato.

Che la raccolta differenziata sia stata più o meno efficiente, resterà sempre un residuo, più o meno abbondante che dovrebbe essere diretto in discarica.

La matrice indifferenziata può essere utilizzata in qualche modo?

La risposta è: certamente sì!

CDR FusinaLa frazione indifferenziata, sottoposta ad un ulteriore procedimento di separazione automatica delle parti metalliche e inerti (p.e. vetro), può essere convertito in CDR (combustibile derivato da rifiuti) ed immesso sul mercato. Se il CDR rispetta determinati parametri viene considerato CDR-Q, un combustibile normalmente utilizzabile nelle normali caldaie o stufe a pellet senza alcuna modifica impiantistica. In questo caso si prenderebbero dei contributi (conto energia) in base al nuovo sistema dei certificati verdi. In questo caso, il CDR-Q ,diventerebbero un discreta fonte di reddito.

Ma il CDR può essere utilizzato in co-combustione negli impianti termoelettrici e nei cementifici andando a sostituire parte del carbone che normalmente viene utilizzato.

Nel Salento abbiamo impianti come la centrale termoelettrica di Cerano (BR) e il Cementificio Cementir a Taranto  e, forse, anche alcuni processi dell’ILVA potrebbero essere parzialmente alimentati da CDR.

Sono industrie di cui subiamo tutti effetti più deleteri del loro inquinamento in un delicato e dramatico equilibrio tra diritto al lavoro e diritto alla salute (come sta dimostrando il caso ILVA). Non è questa la sede per occuparci di quanto sia prevalente l’uno o l’altro diritto. Di certo sono realtà che sono presenti e di cui, probabilmente, il Salento non potrà farne a meno ancora per parecchi anni. Allora, bisogna cercare di convivere con esse cercando di renderle sempre più compatibili con le comunità che sono costrette a subirle e cercare di sfruttarne le opportunità.

Cerano ENELPer quanto segue mi baso sui risultati raggiunti a Venezia grazie ad un accordo raggiunto tra Regione Veneto, Provincia  e Comune di Venezia con l’ENEL, oggi vengono utilizzati ben 70.000 tonnellate/anno di CDR per la produzione di energia elettrica in sostituzione del carbone. Si conta di raggiungere a regime una fornitura pari a circa 100.000 ton/anno. La centrale termoelettrica Veneziana ha una capacità produttiva pari a circa la metà di quella di Cerano. E’ quindi prevedibile che la centrale di Cerano potrebbe assorbire qualcosa come 170.000 (e probabilmente anche più) tonnellate di CDR all’anno, pari a circa 300.000 ton/anno di RSU indifferenziati, e di cui solo meno del 10% potrebbe finire in discarica  (circa 20 – 30.000 tonnellate).

Anche se l’inquinamento emesso dalla centrale non subirebbe variazioni significative, verrebbe sottratto un inquinamento enorme dalle discariche che emetterebbero un inquinamento equivalente aggiuntivo, ma incontrollato. Infatti le centrali, i cementifici e le varie industrie, sono dotati di sistemi più o meno efficienti di riduzione dell’inquinamento mentre le discariche ne sono assolutamente prive.

Probabilmente, le industrie presenti nel Salento sono sufficienti, presupponendo una buona raccolta differenziata, a coprire il proprio fabbisogno se non, addirittura, accogliere rifiuti provenienti da altre parti della Puglia, senza aumentare la quantità di emissioni inquinanti, facendo così sparire, quasi del tutto, le discariche.

Facciamo un esempio:

Taviano, comune di circa 12.000 abitanti, conferisce in discarica circa 5.000 ton/anno di RSU indifferenziati.

Nell’esempio preso in esame si devono tener presente che si tratta di una semplificazione:

  1. Teniamo presente che la quantità di RSU indifferenziati può essere ridotta da una migliorata raccolta differenziata che oggi si attesta ad un 20% scarso. La raccolta differenziata conferisce ai rifiuti un più elevato valore aggiunto. Quindi si otterrebbero economie minori in questo processo, ma molto più elevate nel processo totale di trattamento dei rifiuti. Questa che andiamo ad esaminare è, pertanto,  una delle situazioni a più basso rendimento economico.
  2. Inoltre, bisogna tener presente che queste devono essere iniziative consortili che interessano più comuni (p.e. l’Unione de Comuni Alliste, Matino, Melissano, Racale e Taviano) e comprenda una popolazione di almeno 50.000 abitanti.

Il costo stabilito dall’ATO per conferire gli RSU in discarica è di ca. 96,00 €/ton.

5.000 x 96=480.000

A questa cifra, vanno aggiunte altre ca. 40,00 €/ton per il trattamento degli RSU presso l’impianto di essiccazione:

5.000 x 40= 200.000 per un costo totale di 480.000+200.000=680.000

Invece, in seguito al trattamento, si avrebbe un massimo di 500 ton/anno (circa il 10% senza ulteriori processi di differenziazione) da conferire in discarica.

500×96=48.000 €                500×40=20.000 €                   Totale 68.000

Con un risparmio di 680.000-68.000=612.000 €/anno

Dalle 5.000 ton trattate si ottengono, considerando un rendimento del 55%, CDR pari a:

5.000×55/100=2.750 ton di CDR che venduti anche a 100 €/ton (meno del prezzo del carbone pagato dall’ENEL) produrrebbero altri 275.000 €.

Anche ammettendo che questa cifra serva a coprire i costi di trasformazione (ma così non è perché l’impianto dovrebbe in realtà servire più comuni e il costo verrebbe condiviso), avrebbe comunque prodotto alcuni posti di lavoro, portato al risparmio di oltre 600.000 €.

Non abbiamo considerato eventuali contributi regionali, che sono disponibili, assegnati a progetti di riduzione dell’inquinamento e di ottimizzazione di utilizzo degli RSU, né gli eventuali incentivi statali per i certificati verdi in caso di CDR-Q che potrebbero rappresentare una componente cospicua di guadagno. Altre economia sono individuabili. Il tutto permetterebbe di creare, grazie a un consorzio di comuni, un impianto i cui costi verrebbero ammortizzati in pochi anni, senza alcun aggravio per i cittadini, e creerebbe nuova occupazione. Questi argomenti verranno esaminati in dettaglio più avanti.

Ora mi piacerebbe ricevere commenti e osservazioni su quanto descritto in questo articolo.

Per approfondimenti:

LA CO-COMBUSTIONE DEL CDR:
L’ESPERIENZA DEL POLO INTEGRATO DI FUSINA
M. Grosso, L. Rigamonti

 

Centrale Biogas di Racale – Ultimo atto

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Un breve commento alle affermazioni contenute in un manifesto pubblicato da “Diversi per passione” su Facebook.

“Il comune in simili situazioni è quasi sovrano e, comunque, sempre determinante”. Potrei riportare diverse sentenze di TAR di diverse regioni di Italia che affermano l’esatto contrario. Sia per quanto concerne la fase di screening (che è quella attualmente in corso per il progetto della Sansenergy), sia in fase di V.I.A.. Non vuol dire che voi non abbiate ragione ma le affermazioni si fanno argomentandole con dati oggettivi (articoli di legge o sentenze) non per astratto (tutti sanno che…, si sa che…)

“Mille sarebbero i modi e le motivazioni per rifiutare la proposta”. Ma poi non se ne riporta nemmeno una a titolo di esempio.

“…che il PUG è solo ancora un auspicio di qualcuno anche quando sarebbe il giusto motivo per impedire questo progetto di biogas.”. La presenza di un PUG approvato non avrebbe sortito alcun effetto sulla valutazione in corso. La conferenza approva in deroga ai vincoli presenti nell’area. Vincoli già presenti (terreno agricolo) ma non sufficienti a detta delle perizie di parte. Se, invece, si è a conoscenza di informazioni che sono in contrasto con quanto dichiarato nelle perizie, si prega di indicarle.


Per alcuni giorni ho evitato di intervenire sull’argomento centrale biogas di Racale.

Il motivo è che volevo lasciare del tempo alla riflessione per poi valutare i successivi passi da seguire.

In particolare volevo verificare se, l’attuale maggioranza o l’opposizione, avessero in qualche modo saputo cogliere l’occasione che avrebbe potuto trasformare la costruzione della centrale in sviluppo. Pur avendo manifestato la Sansenergy la disponibilità ad una trattativa e pur avendo informato entrambe le compagini di governo cittadino (maggioranza e opposizione) di questa possibilità, nessuno l’ha sondata, indipendentemente dal risultato finale che si sarebbe raggiunto (accordo o non accordo).

L’amministrazione cittadina, alcuni giorni fa, organizzò una pessima assemblea pubblica. In questo contesto, gli esperti convocati, hanno finito di parlare di tutt’altro in quanto non conoscevano l’argomento oggetto del dibattito. L’azienda che presentava il progetto si è espressa in modo ambiguo facendo aumentare la diffidenza della gente nei confronti dell’impianto. I cittadini, che avevano cercato di approfondire per proprio conto le problematiche, hanno esposto i propri dubbi senza avere un interlocutore competente che li potesse confermare o smentire.

Quindi, quella che avrebbe dovuto essere un’occasione di chiarimento e finita per confondere del tutto le idee ai partecipanti. Compresi anche gli assessori.

Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione in cui abbiamo una giunta che non ha saputo trovare risposte per se e, ancor meno, è stata in grado di darne ai cittadini. Inoltre, si sente presa tra due fuochi: da una parte i cittadini (almeno la parte rumorosa della città) che tenderebbero a non volere la centrale e, dall’altra, ci sono le ragioni di partito e le pressioni politiche che premono affinché venga fatta. Una opposizione che non ha saputo sfruttare l’occasione per dimostrare di essere un’alternativa valida all’attuale maggioranza. Un’azienda che vuol fare un impianto di cui già il progetto presenta un discreto numero di lacune. In una situazione così confusa credo che sia meglio che l’impianto non venga realizzato. Ne verrebbe fuori un gran pasticcio.

Per conoscere le motivazioni in base alle quali riteniamo che l’impianto non debba e non possa essere realizzato bisognerà leggere la relazione.

L’ufficio ambiente provinciale sembrerebbe non volere prendere in considerazione il fatto che ciò che si utilizza per alimentare il digestore sia rifiuto. Se questo fosse vero, chiudendo gli occhi su tale eventualità, si corre il rischio che l’azienda, ad impianto ultimato, non lo possa usare perché commetterebbe il reato di trattamento illecito di rifiuti. Per di più la Provincia rischierebbe di dover pagare i danni alla Sansenergy, per risarcire la spesa per l’edificazione della centrale, che sarebbe costruita con regolare licenza.

Meglio per tutti, anche per l’azienda, chiarire subito la questione. Secondo noi ci sono evidenze che lasciano poco spazio ad interpretazioni. Quelli gestiti dalla Sansenergy, sono rifiuti e non sottoprodotti. In tal caso, tutto il progetto andrebbe in crisi e sarebbe da rifare, sempre che, come faremo vedere nella relazione, rifarlo possa avere un senso. Naturalmente, gli unici ad avere dubbi al riguardo sono la Sansenergy (com’è ovvio che sia) e, pare, il Servizio Ambiente della Provincia. Ma, quel che più importa, è che i giudici non hanno dubbi al riguardo: si tratta di rifiuti! (come hanno più volte ribadito nelle sentenze della Corte di Cassazione).

Approfondimenti

  1. La sansa di olive non rientra nei sottoprodotti: di regola – salvo eccezioni – è rifiuto.
  2. Per la cassazione sulle sanse umide non ci sono incertezze: non sono rifiuti solo se utilizzate per finalità agronomiche.
  3. la sansa e le acque di vegetazione rientrano nella categoria dei rifiuti.

 

 

Salento, inquinamento e tumori

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Alcuni giorni fa ho presenziato all’assemblea pubblica della Città di Racale dove si discorreva circa la costruzione di una centrale a biogas.

Sono rimasto colpito da uno dei relatori che ipotizzava che l’aumento dell’incidenza dei tumori nel Salento, potesse derivare dai fumi della Centrale termoelettrica di Cerano.

Affermazione inopportuna in quel contesto, in quanto la centrale in oggetto sarebbe a gas e non a carbone come quella di Cerano e con una capacità produttiva di energia elettrica ben 2.400 volte inferiore. Ma mettiamo per ora da parte l’argomento centrale a biogas.

Tuttavia mi piacerebbe che certe affermazioni siano poi suffragate da un supporto scientifico, citando le fonti di studio, se esistono.

E’ certo che la casistica di tumori è molto alta nel Salento se raffrontata al grado di industrializzazione dell’area. L’idea di un contributo importante all’insorgenza dei tumori, derivante dall’inquinamento dei poli industriali di Taranto e Brindisi, cerca di dare una spiegazione a questa mancata correlazione. Ma i dati non sembrano confortare questa teoria.

Confronto inquinamento Pianura Padana e Salento

E’ una ipotesi epidemiologica basata su una ipotesi meteorologica, entrambe mai dimostrate in alcun modo. Non solo! Ma ci sono evidenze preliminari che tenderebbero a contraddire questa ipotesi.

Anche ammettendo che i venti prevalenti da direzione nord trasportino nella Provincia di Lecce i fumi della centrale brindisina, dopo un percorso così lungo, sarebbero molto diluiti nell’atmosfera. La piovosità dell’area è poi molto bassa, una delle più basse d’Italia e i fumi, per venir giù, hanno bisogno della pioggia.

A conforto di quanto sopra detto, vi sono recenti studi preliminari commissionati dalla Provincia di Lecce al laboratorio Multilab dell’Azienda Speciale della Camera di Commercio di Lecce, da cui risulterebbe che gli inquinanti rilevati in 20 comuni della provincia per 4 mesi, siano più compatibili con una provenienza dall’ILVA di Taranto (quindi da ovest caso mai) piuttosto che da Cerano. Comunque, anche in quest’ultimo studio, le concentrazioni di inquinanti che deriverebbero dall’ILVA,  spiegherebbero solo in piccola parte la quantità di inquinanti trovati nell’atmosfera e ancor meno spiegano l’alto tasso di incidenza tumorale. Pertanto, si ipotizzano altre sorgenti di inquinamento, stavolta locali, ancora da individuare.

La centrale di Cerano e L’ILVA di Taranto sono, come dimostra la cronaca di questi giorni, di forte impatto per le persone che vivono nei pressi di questi ecomostri ma, per quel che riguarda in basso Salento, è tutto da dimostrare.

Si potrebbe, in attesa di capire cosa succede nell’atmosfera salentina, ridurre i rischi di incidenza di tumori cominciando da ciò che già si conosce.

Si potrebbe condurre uno studio per valutare l’esposizione dei salentini al radon 222 che si forma dal decadimento dell’Uranio 238. Esposizione che probabilmente risulterebbe molto elevata. Infatti, i tufi ne rilasciano in gran quantità e, il Salento, ha quasi tutte le costruzioni in tufi. La Lombardia e il Lazio, che utilizzano per l’edilizia i laterizi che sono molto meno emittenti (vedi grafico), hanno emanato apposite linee guida su indicazione di diverse direttive CEE, recepite dall’Italia nel 1995 (Vedi allegati a fine articolo). Esiste anche un Piano Nazionale Radon (2002) fortemente voluto dall’ Istituto Superiore di Sanità ma, nel Salento, è tabù. Il Radon è considerato la seconda causa di aumentato rischio di cancro al polmone dopo il fumo. L’aumento di rischio dovuto al radon varia dal 5 al 20% a seconda del livello di esposizione.

Un’altro grande problema è il mal costume di certune persone di buttare tutto per le strade di campagna e poi dare fuoco. Nonostante ormai si possano portare i rifiuti ingombranti nei centri di raccolta o, addirittura, richiedere il servizio a domicilio gratuitamente, si assiste ancora a questo scempio. Girando per le campagne si trovano enormi discariche abusive, più o meno nascoste, alle quali, in modo più o meno accidentale, periodicamente viene dato fuoco. Inoltre, le industrie, usano bruciare o abbandonare parte dei loro rifiuti (p.e. calzifici e calzaturifici, molti dei quali non esistono ufficialmente). Basta fare una passeggiata notturna nelle campagne per avvertire l’odore acre di plastica bruciata (copertura delle serre e di altre plastiche e gomme utilizzate a vario titolo in campagna). E che dire delle torri di fumo nero che spesso adombrano i nostri cieli azzurri (copertoni ed altro)? E delle migliaia di ettari che ogni anno vengono bruciati per pulirli dalla sterpaglia, visto che le campagne sono sempre più abbandonate?

C.da Serrazzite - Taviano Dopo almeno 20 anni di persistenza di recente è stata ripulita. Circa 100 m di strada coperti, che ivadevano i canali di scolo della superstrada inquinando così anche la falda superficiale.
C.da Serrazzite - Taviano I segni di quello c'era in questa area, sono ancora presenti. I rifiuti più pericolosi sono rimasti sul posto: copertoni...
C.da Civo - Taviano Anche qui i segni del recente passato di discarica sono evidenti.
C.da Civo - Taviano Anche qui l'amianto si fa notare
L.tà Lì Specchi - Racale Discarica o accoglienza turistica un po' spartana? Terreno di proprietà del comune. Ma qui il comune c'entra poco, il problema è l'inciviltà dei suoi abitanti!
L.tà Lì Specchi - Racale Posti letto con vista panoramica!
L.tà Lì Specchi - Racale Evidenti i segni di precedenti rifiuti bruciati... "accidentalmente"
Loc.tà Torre Spina - Racale Ancora rifiuti abbandonati
Loc.tà Torre Spina - Racale Ancora amianto, naturalmente!
Loc.tà Torre Spina - Racale Anche un televisore a colori!
Loc.tà Torre Spina - Racale Un'altra discarica appena liberata dai rifiuti. Sono ancora evidenti i segni delle ruspe.

Dare la colpa agli altri dei propri problemi, forse fa riposare la coscienza ma non li risolve. Cominciamo a mettere in moto la coscienza ed evitiamo di fare gesti che oggi non ci possiamo più permettere senza pagarne le gravi conseguenze.

Approfondimenti:
Link rischio Radon 222:

  1. Radon gas linked to cancer deaths
  2. ISS – Progetti : PIANO NAZIONALE RADON
  3. Origin and health risks of indoor radon.

Allegati su rischio Radon 222:

  1. Direttiva_96-29
  2. Direttiva CEE euratom 143-90
  3. raccomandazioni – Commissione 20/12/2001
  4. D.Lgs. 230/95 – Recepimento direttive
  5. Ministero lineeguida accordo con le regioni
  6. linee guida della conferenza delle regioni
  7. LR Lazio 14-2005
  8. ddg_lombardia_12678_21-12-2011
  9. delibera XII Municipio Roma – 4Feb2010
  10. PNR_Raccomandazione_radon
  11. WHO_handbook_on_indoor_radon

 

Centrale a biogas Racale – Brevetto ENEA per il riutilizzo delle acque di vegetazione delle olive

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In questi giorni sto assistendo ad una serie di notizie diffuse poco precise.

E’ vero che l’ENEA a messo a punto un sistema di purificazione delle aque di vegetazione che potrebbe farle diventare una risorsa. Ma bisogna stare attenti a capire bene di cosa si sta parlando altrimenti, le notizie apparentemente a proprio favore, rischiano di diventare un boomerang. Infatti, in una intervista gli stessi proprietari del brevetto precisano:

“Le prime due frazioni, cioè il concentrato di microfiltrazione e di ultrafiltrazione, sono impoverite in polifenoli, per questo possono essere destinate alla produzione di energia, tramite processo anaerobico. Da 1 mc di queste frazioni si ottengono circa 99 kWh di energia elettrica attraverso un processo di cogenerazione del biogas prodotto.”

(http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=eneaperdettagliofigli&id=146&fb_source=message)

Quindi, il processo brevettato dall’ENEA e che in più occasioni ho sentito riportato come miracoloso, pulisce se abbinato al biogas.

Altre imprecisioni sono riportate nel mio post precedente:

http://www.realestatesalento.net/pr/?p=109

E’ giusto che le informazioni, sia pro che contro la centrale a biogas,siano comunque esatte.

Dr. Giovanni Palese

Centrale a biogas di Racale – Dibattito pubblico

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Ieri sera ho partecipato al dibattito pubblico presso il Comune di Racale sulla centrale a biogas.

Purtroppo, causa problemi con la mia voce e il dilungarsi oltre le mie previsioni degli interventi, non ho potuto dire la mia in quel contesto. Ha esposto alcune problematche oggettive da noi individuate l’Ing. Alberto Stefani.

Probabilmente, vista la necessaria brevità degli interventi, forse è stato meglio così.

Alcune risposte tecniche alle osservazioni di ieri, cerco di darle in questo post. Non ho potuto seguire le risposte del rappresentante della Sansenergy Racale S.r.l.. Per quello che posso e che sono le mie competenze cerco di dare alcune risposte dal mio punto di vista. In quanto le informazioni dovrebbero essere più possibile vicine alla realtà.

Faccio un esempio, i casi di infezioni mortali di escherichia coli in Germania sono solo una ipotesi, una delle migliaia che giravano in quel periodo. In realtà la causa non è stata individuata, le infezioni sono passate e gli sversamenti continuano. Questo vuol dire che tale ipotesi non ha avuto molto credito nella comunità scientifica e si è smentita a sola.

Il problema dei clostridi è vero a metà, nel senso che non è ancora dimostrato in modo ineccepibile che sia vero. Tuttavia, la comunità scientifica è orientata verso il plausibile e, per il principio di precauzionalità, si è preferito evitare che in un’area protetta, come quella del Parmigiano, qualcosa potesse andare storto.

Questa notizia l’ho riportata anch’io nella mia relazione. Fa parte dell’aumentato rischio ambientale di cui tener conto quando si fanno le valutazioni.

Il triticale non altera la qualità del grano coltivato negli stessi terreni o in quelli limitrofi.

E’ vero che è un incrocio (anno 1875) tra grano e segale, ma non può avvenire in natura se non in eventi rarissimi e darebbe origine a una pianta sterile o poco fertile. Ma se avvenisse in natura non ci sarebbe da meravigliarsi, in quanto questo è uno dei processi che utilizza la natura per dar luogo alla formazione di nuove specie. Il triticale è un incrocio creato in laboratorio e, per renderlo effettivamente una specie diversa, quindi fertile, gli embrioni devono essere trattati (colchicina). La possibilità che questa specie possa a sua volta incrociarsi con il grano naturalmente e che possa dare luogo ad una nuova specie fertile è praticamente impossibile. Non è mai stato utilizzato nel Salento in quanto, la sua farina non si adatta alla panificazione e alla produzione di pasta. Insomma, non avrebbe mercato. Dove viene coltivato in Italia, è usato come foraggio per gli animali. Nel nord Europa è una scelta obbligata.

Un altro caso? Lo spandimento sul terreno del digestato.

Si è gridato allo scandalo, ci si è chiesti se è vero che non puzza, il rischio batteri dovuti alle temperature basse del reattore…

Per quel che riguarda i batteri non è solo la temperatura a creare l’ambiente ostile ma tanti altri fattori. Nelle condizioni interne del reattore sopravvivono solo poche specie, in genere innocue e già presenti nei terreni in quanto tipiche della pancia dei ruminanti che nel loro intestino producono elevate quantità di metano. Spesso il loro sterco è utilizzato come innesco del reattore. Infatti, prima abbiamo detto che sopravvivono solo gli sporigeni che hanno un guscio molto resistente e non è possibile eliminarli neanche a temperature elevatissime (oltre i 1.000 °C), basti pensare che sono state isolate spore attive nella lava dei vulcani.

Io penso che bisogna sempre vedere da dove si parte per vedere se il cambiamento è in positivo o in negativo.

Oggi, la situazione è che la sansa viene comunque dispersa sui terreni… e non profuma davvero! Lo stesso accade per l’acqua di vegetazione. Inoltre, poiché i terreni per spandere la sansa (ha norme più restrittive rispetto al digestato) non bastano, viene bruciata di notte senza alcun controllo liberando diossina e altre sostanze altamente nocive. L’acqua di vegetazione in eccesso rispetto ai terreni disponibili, viene scaricata, sempre abusivamente, nei pozzi, inquinando gravemente la falda superficiale. Non è comportamento di tutti ma succede.

Lo scenario di oggi non è certo meno degradante di quello di domani col digestato ma oggi nessuno grida allo scandalo per quello che succede.

Inoltre, la quantità di anidride carbonica immessa nell’ambiente, non cambia con la presenza della centrale. Infatti, la sansa, digerita e decomposta dai batteri, viene comunque trasformata in CO2. La filiera corta serve proprio a questo, si brucia la biomassa cresciuta sul posto catturando CO2, la quale ritorna in circolo con un bilancio complessivo pari a zero. Quindi non è vero che la centrale immette nell’aria CO2.

Tante altre cose sono state dette che servono solo a confondere le idee alle persone che ascoltavano.

Ma, allora, la centrale si deve fare? Ahimè, no! No per come è ora il progetto.

Non per i motivi riportati nella riunione di ieri sera, dove si è dipinto un Salento scevro di problemi. Dove i problemi nasceranno con la centrale.

La centrale presenta delle criticità tecniche che, se risolte, può diventare ad emissioni sicuramente più basse rispetto al disastro ambientale attuale causato dai frantoi che si liberano in modo non proprio legale degli scarti di lavorazione.

Altra lacuna nel progetto è la mancanza di un equa distribuzione dei benefici a fronte di un aumentato rischio ambientale. Infatti, non si muore solo di cancro, si muore anche di povertà, di ambienti degradati dove tutto è permesso, dove non si hanno soldi per pagarsi le medicine o un buon medico, dove la viabilità è disastrata. Alla fine occorre ottenere un beneficio, altrimenti è meglio non cambiare.

Attualmente, la società Sansenergy Racale S.r.l., si è detta disponibile ad accogliere suggerimenti atti a migliorare la sicurezza dell’impianto e anche sulla condivisione dei benefici.

Non credo che alla fine si raggiungeranno gli standard qualitativi da noi richiesti. Probabilmente alla fine dei colloqui ognuno andrà per la sua strada. Noi per il “no” e loro per il “sì” alla centrale.

Tuttavia vi è la possibilità che la centrale si possa trasformare da fardello a occasione di crescita per Racale e comuni vicini. E, vista la situazione economica attuale, ritengo che bisogna crederci fino in fondo, naturalmente senza concedere alcuno sconto a scapito della popolazione.

Inviterei tutti ad informarsi, a porre domande sui dubbi ma non date per scontato che ciò che si trova su internet sia sempre attendibile.

Dr. Giovanni Palese

Racale, centrale a biogas – Ancora rifiuti!

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Ancora delle precisazioni sulla centrale a biogas di Racale.

Che la sansa sia un rifiuto è ormai materia priva di ogni dubbio.

Abbiamo cominciato, nel precedente post, a prendere in esame le altre biomasse per verificare la loro identità come rifiuto. Anche per le acque di vegetazione, risulta difficile una loro collocazione tra i sottoprodotti.

Ora prendiamo in esame gli effluenti zootecnici.

Gli effluenti zootecnici, a parte la difficoltà di dimostrare la certezza dell’utilizzo da parte del produttore, questa biomassa è elencata tra i rifiuti nell’allegato D alla parte quarta del codice dell’ambiente, al punto 020106 – “feci animali, urine e letame (comprese le lettiere usate), effluenti, raccolti separatamente e trattati fuori sito” .

Quando, inoltre, il loro utilizzo per produrre energia richiede la trasformazione in biogas, e quindi una trasformazione tramite un successivo processo produttivo, essi esulano dalla nozione generale di sottoprodotto di cui all’articolo 183 dello stesso D. lgs, i cui requisiti devono ritenersi cumulativi.

La sopravvenuta normativa di cui al D. lgs. n. 4 del 2008, modificando l’articolo 185 del d.lgs. n. 152/2006, ha incluso “potenzialmente” i liquami tra i sottoprodotti qualora utilizzati per produrre biogas. Tuttavia, i liquami non sono inclusi automaticamente tra i sottoprodotti, ma soltanto qualora siano soddisfatte le condizioni di cui alla lettera p). Inoltre, la modifica vale solo per aziende agricole che utilizzino gli effluenti all’interno di impianti aziendali o interaziendali, escludendo di fatto la Sansenergy Racale S.r.l.:

“…materiali fecali e vegetali provenienti da attività agricole utilizzati nelle attività agricole o in impianti aziendali o interaziendali per produrre energia o calore, o biogas…”

Ancora una volta il legislatore intende premiare i piccoli impianti gestiti dagli stessi produttori dei rifiuti.

Infatti questo è l’unico modo affinché tali impianti siano veramente a basso impatto e a filiera cortissima.

Come si vede, man mano che i giorni passano, la documentazione a favore di un procedimento di valutazione di impatto ambientale approfondito diventa sempre più necessario, in quanto, quella che si è voluta far passare per una centrale elettrica pulita, è in realtà un grande centro di recupero rifiuti (ca. 40.000 t/a) alle porte della Città di Racale, con tutte le conseguenze che questo comporterà in termini di disagio per i racalini.