Lancio una provocazione: le strutture sportive “incompiute” come risorsa di sviluppo

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Piscina RacaleNegli ultimi tempi, sono state diffuse su Facebook foto e video di due strutture sportive mai ultimate: la piscina e il pallone tensostatico di Racale. A Taviano abbiamo diverse strutture sportive tutte inutilizzate o sottoutilizzate e che in bilancio significano un bel costo per la comunità: la pista di atletica, il palazzetto dello sport, il parco Ricchiello, il centro sportivo a Mancaversa (tutte strutture in stato di abbandono o di semi abbandono di manutenzione). Ma non contenti di tutto questo, gli amministratori di Taviano stanno costruendo un ulteriore centro sportivo in zona Gallari. Che, se oggi suscita orgoglio nei cittadini, domani susciterà sdegno per l’impossibilità di fare l’opportuna manutenzione. Sì, perché i fondi europei hanno questo difetto: aiutano a creare infrastrutture che poi bisogna far produrre, dovrebbero essere occasione di sviluppo. Qui, i fondi europei vengono utilizzati per produrre strutture usa e getta. Finché durano con l’investimento iniziale e poi si abbandonano. Una volta diviso il malloppo, basta! Penso che questa situazione sia presente anche negli altri Comuni dell’Unione. Nessun piano di sviluppo comunale o intercomunale viene seguito. Correre ai ripari dopo è sempre più difficile che partire con un progetto.

Milioni di Euro gettati via.

Quello che tuttavia mi deprime di più è la rassegnazione a questo scempio da parte degli amministratori locali.

E’ sufficiente dire che è colpa di chi ha governato in passato e la propria coscienza è a posto.

Purtroppo, decenni di politica assistenzialista da parte del governo centrale ha ingenerato questo atteggiamento: i problemi spetta sempre a qualcun altro risolverli.

Tuttavia, i tempi stanno cambiando e le spinte verso un federalismo fiscale (giusto o sbagliato che sia) diventano sempre più pressanti. Occorre quindi in tempi rapidi cercare di cambiare la mentalità. Dobbiamo imparare a risolvere i nostri problemi da soli.

Allora, da privato cittadino provo a lanciare una provocazione. Non vuole essere “la soluzione” del problema, né una soluzione. Il mio scopo è quello di stimolare una discussione  sull’argomento e cercare delle soluzioni efficaci affinché non ci si rassegni a tanto spreco senza almeno aver provato a dare, a tali strutture, la dignità per cui la comunità europea ci ha dato quei fondi.

Da tempo, con amici, discutevamo su cosa potrebbe essere fatto nell’area dell’Unione dei Comuni Ionica Salentina per attrarre l’attenzione e che non sia stato già fatto da altri. Non abbiamo spiagge di particolare interesse, i centri storici (Felline a parte) non hanno tratti distintivi particolari, la “Città dei fiori” è ormai tale solo nel nome (tutti i turisti mi chiedono: “ma i fiori dove sono?”.

L’idea è di promuovere l’Unione dei Comuni come “Cittadella dello sport” e polo sportivo per tutto il Salento. Un centro sportivo polifunzionale per ritiri per allenamenti, congressi, manifestazioni.

I soldi per il completamento delle opere potrebbero essere recuperati costituendo una società o a capitale misto (pubblico e privato) o solo privato, la componente privata basata, in ogni caso, su un azionariato popolare in modo che gli avvoltoi speculatori possano essere tenuti a bada. Nel primo caso i comuni entrerebbero mettendo come capitale iniziale gli immobili da coinvolgere nel progetto nello stato in cui si trovano; nel secondo caso l’Unione dei Comuni, facendosi carico comunque della promozione dell’iniziativa, dovrebbero concedere lo sfruttamento commerciale delle strutture da parte della società che li andrebbe a completare per un periodo più o meno lungo. In entrambi  i casi, dopo aver fatto una stima delle necessità finanziarie, promuoverebbero una vendita di piccole quote di capitale (p.e. pacchetti di 50,00 €). Mettendo come limite massimo per un unico possessore il 5% del capitale sociale.

Realtà di questo tipo sono già presenti in Italia (p.e. Sportilia vicino a Forlì). Lì hanno come attrattiva le colline e tanto spazio verde, noi abbiamo i centri sportivi integrati nelle cittadine, ma il Salento offre oggi un’attrattiva che nessuno ha in Italia.

Si recupererebbero i centri sportivi non ultimati, con buone possibilità di guadagno da parte della società che li gestirebbe. Inoltre, si avrebbe un indotto sull’economia grazie alla possibilità di destagionalizzare il turismo. Infine, si darebbe la possibilità a i salentini di un centro sportivo attrezzato in cui eventuali talenti potrebbero essere seguiti per un avvio ad una carriera sportiva (faccio notare che un’atleta del calibro di Daniele Greco è costretto ad allenarsi in una pista di atletica decadente). Infine, potrebbe essere di richiamo per altri atleti da tutta la Puglia, ma anche da altre parti di Italia. La possibilità di praticare sport in Italia è legata alla sola possibilità di arruolarsi. La selezione e la gestione è affidata al caso e alla caparbietà degli atleti.

Visto che si parla tanto di unire i comuni, sarebbe anche l’occasione per mettere alla prova le comunità sulla capacità di lavorare insieme su un progetto.

Centrale Biogas di Racale – Ultimo atto

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Un breve commento alle affermazioni contenute in un manifesto pubblicato da “Diversi per passione” su Facebook.

“Il comune in simili situazioni è quasi sovrano e, comunque, sempre determinante”. Potrei riportare diverse sentenze di TAR di diverse regioni di Italia che affermano l’esatto contrario. Sia per quanto concerne la fase di screening (che è quella attualmente in corso per il progetto della Sansenergy), sia in fase di V.I.A.. Non vuol dire che voi non abbiate ragione ma le affermazioni si fanno argomentandole con dati oggettivi (articoli di legge o sentenze) non per astratto (tutti sanno che…, si sa che…)

“Mille sarebbero i modi e le motivazioni per rifiutare la proposta”. Ma poi non se ne riporta nemmeno una a titolo di esempio.

“…che il PUG è solo ancora un auspicio di qualcuno anche quando sarebbe il giusto motivo per impedire questo progetto di biogas.”. La presenza di un PUG approvato non avrebbe sortito alcun effetto sulla valutazione in corso. La conferenza approva in deroga ai vincoli presenti nell’area. Vincoli già presenti (terreno agricolo) ma non sufficienti a detta delle perizie di parte. Se, invece, si è a conoscenza di informazioni che sono in contrasto con quanto dichiarato nelle perizie, si prega di indicarle.


Per alcuni giorni ho evitato di intervenire sull’argomento centrale biogas di Racale.

Il motivo è che volevo lasciare del tempo alla riflessione per poi valutare i successivi passi da seguire.

In particolare volevo verificare se, l’attuale maggioranza o l’opposizione, avessero in qualche modo saputo cogliere l’occasione che avrebbe potuto trasformare la costruzione della centrale in sviluppo. Pur avendo manifestato la Sansenergy la disponibilità ad una trattativa e pur avendo informato entrambe le compagini di governo cittadino (maggioranza e opposizione) di questa possibilità, nessuno l’ha sondata, indipendentemente dal risultato finale che si sarebbe raggiunto (accordo o non accordo).

L’amministrazione cittadina, alcuni giorni fa, organizzò una pessima assemblea pubblica. In questo contesto, gli esperti convocati, hanno finito di parlare di tutt’altro in quanto non conoscevano l’argomento oggetto del dibattito. L’azienda che presentava il progetto si è espressa in modo ambiguo facendo aumentare la diffidenza della gente nei confronti dell’impianto. I cittadini, che avevano cercato di approfondire per proprio conto le problematiche, hanno esposto i propri dubbi senza avere un interlocutore competente che li potesse confermare o smentire.

Quindi, quella che avrebbe dovuto essere un’occasione di chiarimento e finita per confondere del tutto le idee ai partecipanti. Compresi anche gli assessori.

Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione in cui abbiamo una giunta che non ha saputo trovare risposte per se e, ancor meno, è stata in grado di darne ai cittadini. Inoltre, si sente presa tra due fuochi: da una parte i cittadini (almeno la parte rumorosa della città) che tenderebbero a non volere la centrale e, dall’altra, ci sono le ragioni di partito e le pressioni politiche che premono affinché venga fatta. Una opposizione che non ha saputo sfruttare l’occasione per dimostrare di essere un’alternativa valida all’attuale maggioranza. Un’azienda che vuol fare un impianto di cui già il progetto presenta un discreto numero di lacune. In una situazione così confusa credo che sia meglio che l’impianto non venga realizzato. Ne verrebbe fuori un gran pasticcio.

Per conoscere le motivazioni in base alle quali riteniamo che l’impianto non debba e non possa essere realizzato bisognerà leggere la relazione.

L’ufficio ambiente provinciale sembrerebbe non volere prendere in considerazione il fatto che ciò che si utilizza per alimentare il digestore sia rifiuto. Se questo fosse vero, chiudendo gli occhi su tale eventualità, si corre il rischio che l’azienda, ad impianto ultimato, non lo possa usare perché commetterebbe il reato di trattamento illecito di rifiuti. Per di più la Provincia rischierebbe di dover pagare i danni alla Sansenergy, per risarcire la spesa per l’edificazione della centrale, che sarebbe costruita con regolare licenza.

Meglio per tutti, anche per l’azienda, chiarire subito la questione. Secondo noi ci sono evidenze che lasciano poco spazio ad interpretazioni. Quelli gestiti dalla Sansenergy, sono rifiuti e non sottoprodotti. In tal caso, tutto il progetto andrebbe in crisi e sarebbe da rifare, sempre che, come faremo vedere nella relazione, rifarlo possa avere un senso. Naturalmente, gli unici ad avere dubbi al riguardo sono la Sansenergy (com’è ovvio che sia) e, pare, il Servizio Ambiente della Provincia. Ma, quel che più importa, è che i giudici non hanno dubbi al riguardo: si tratta di rifiuti! (come hanno più volte ribadito nelle sentenze della Corte di Cassazione).

Approfondimenti

  1. La sansa di olive non rientra nei sottoprodotti: di regola – salvo eccezioni – è rifiuto.
  2. Per la cassazione sulle sanse umide non ci sono incertezze: non sono rifiuti solo se utilizzate per finalità agronomiche.
  3. la sansa e le acque di vegetazione rientrano nella categoria dei rifiuti.

 

 

Centrale a biogas Racale – Brevetto ENEA per il riutilizzo delle acque di vegetazione delle olive

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In questi giorni sto assistendo ad una serie di notizie diffuse poco precise.

E’ vero che l’ENEA a messo a punto un sistema di purificazione delle aque di vegetazione che potrebbe farle diventare una risorsa. Ma bisogna stare attenti a capire bene di cosa si sta parlando altrimenti, le notizie apparentemente a proprio favore, rischiano di diventare un boomerang. Infatti, in una intervista gli stessi proprietari del brevetto precisano:

“Le prime due frazioni, cioè il concentrato di microfiltrazione e di ultrafiltrazione, sono impoverite in polifenoli, per questo possono essere destinate alla produzione di energia, tramite processo anaerobico. Da 1 mc di queste frazioni si ottengono circa 99 kWh di energia elettrica attraverso un processo di cogenerazione del biogas prodotto.”

(http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=eneaperdettagliofigli&id=146&fb_source=message)

Quindi, il processo brevettato dall’ENEA e che in più occasioni ho sentito riportato come miracoloso, pulisce se abbinato al biogas.

Altre imprecisioni sono riportate nel mio post precedente:

http://www.realestatesalento.net/pr/?p=109

E’ giusto che le informazioni, sia pro che contro la centrale a biogas,siano comunque esatte.

Dr. Giovanni Palese

Centrale a biogas di Racale – Dibattito pubblico

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Ieri sera ho partecipato al dibattito pubblico presso il Comune di Racale sulla centrale a biogas.

Purtroppo, causa problemi con la mia voce e il dilungarsi oltre le mie previsioni degli interventi, non ho potuto dire la mia in quel contesto. Ha esposto alcune problematche oggettive da noi individuate l’Ing. Alberto Stefani.

Probabilmente, vista la necessaria brevità degli interventi, forse è stato meglio così.

Alcune risposte tecniche alle osservazioni di ieri, cerco di darle in questo post. Non ho potuto seguire le risposte del rappresentante della Sansenergy Racale S.r.l.. Per quello che posso e che sono le mie competenze cerco di dare alcune risposte dal mio punto di vista. In quanto le informazioni dovrebbero essere più possibile vicine alla realtà.

Faccio un esempio, i casi di infezioni mortali di escherichia coli in Germania sono solo una ipotesi, una delle migliaia che giravano in quel periodo. In realtà la causa non è stata individuata, le infezioni sono passate e gli sversamenti continuano. Questo vuol dire che tale ipotesi non ha avuto molto credito nella comunità scientifica e si è smentita a sola.

Il problema dei clostridi è vero a metà, nel senso che non è ancora dimostrato in modo ineccepibile che sia vero. Tuttavia, la comunità scientifica è orientata verso il plausibile e, per il principio di precauzionalità, si è preferito evitare che in un’area protetta, come quella del Parmigiano, qualcosa potesse andare storto.

Questa notizia l’ho riportata anch’io nella mia relazione. Fa parte dell’aumentato rischio ambientale di cui tener conto quando si fanno le valutazioni.

Il triticale non altera la qualità del grano coltivato negli stessi terreni o in quelli limitrofi.

E’ vero che è un incrocio (anno 1875) tra grano e segale, ma non può avvenire in natura se non in eventi rarissimi e darebbe origine a una pianta sterile o poco fertile. Ma se avvenisse in natura non ci sarebbe da meravigliarsi, in quanto questo è uno dei processi che utilizza la natura per dar luogo alla formazione di nuove specie. Il triticale è un incrocio creato in laboratorio e, per renderlo effettivamente una specie diversa, quindi fertile, gli embrioni devono essere trattati (colchicina). La possibilità che questa specie possa a sua volta incrociarsi con il grano naturalmente e che possa dare luogo ad una nuova specie fertile è praticamente impossibile. Non è mai stato utilizzato nel Salento in quanto, la sua farina non si adatta alla panificazione e alla produzione di pasta. Insomma, non avrebbe mercato. Dove viene coltivato in Italia, è usato come foraggio per gli animali. Nel nord Europa è una scelta obbligata.

Un altro caso? Lo spandimento sul terreno del digestato.

Si è gridato allo scandalo, ci si è chiesti se è vero che non puzza, il rischio batteri dovuti alle temperature basse del reattore…

Per quel che riguarda i batteri non è solo la temperatura a creare l’ambiente ostile ma tanti altri fattori. Nelle condizioni interne del reattore sopravvivono solo poche specie, in genere innocue e già presenti nei terreni in quanto tipiche della pancia dei ruminanti che nel loro intestino producono elevate quantità di metano. Spesso il loro sterco è utilizzato come innesco del reattore. Infatti, prima abbiamo detto che sopravvivono solo gli sporigeni che hanno un guscio molto resistente e non è possibile eliminarli neanche a temperature elevatissime (oltre i 1.000 °C), basti pensare che sono state isolate spore attive nella lava dei vulcani.

Io penso che bisogna sempre vedere da dove si parte per vedere se il cambiamento è in positivo o in negativo.

Oggi, la situazione è che la sansa viene comunque dispersa sui terreni… e non profuma davvero! Lo stesso accade per l’acqua di vegetazione. Inoltre, poiché i terreni per spandere la sansa (ha norme più restrittive rispetto al digestato) non bastano, viene bruciata di notte senza alcun controllo liberando diossina e altre sostanze altamente nocive. L’acqua di vegetazione in eccesso rispetto ai terreni disponibili, viene scaricata, sempre abusivamente, nei pozzi, inquinando gravemente la falda superficiale. Non è comportamento di tutti ma succede.

Lo scenario di oggi non è certo meno degradante di quello di domani col digestato ma oggi nessuno grida allo scandalo per quello che succede.

Inoltre, la quantità di anidride carbonica immessa nell’ambiente, non cambia con la presenza della centrale. Infatti, la sansa, digerita e decomposta dai batteri, viene comunque trasformata in CO2. La filiera corta serve proprio a questo, si brucia la biomassa cresciuta sul posto catturando CO2, la quale ritorna in circolo con un bilancio complessivo pari a zero. Quindi non è vero che la centrale immette nell’aria CO2.

Tante altre cose sono state dette che servono solo a confondere le idee alle persone che ascoltavano.

Ma, allora, la centrale si deve fare? Ahimè, no! No per come è ora il progetto.

Non per i motivi riportati nella riunione di ieri sera, dove si è dipinto un Salento scevro di problemi. Dove i problemi nasceranno con la centrale.

La centrale presenta delle criticità tecniche che, se risolte, può diventare ad emissioni sicuramente più basse rispetto al disastro ambientale attuale causato dai frantoi che si liberano in modo non proprio legale degli scarti di lavorazione.

Altra lacuna nel progetto è la mancanza di un equa distribuzione dei benefici a fronte di un aumentato rischio ambientale. Infatti, non si muore solo di cancro, si muore anche di povertà, di ambienti degradati dove tutto è permesso, dove non si hanno soldi per pagarsi le medicine o un buon medico, dove la viabilità è disastrata. Alla fine occorre ottenere un beneficio, altrimenti è meglio non cambiare.

Attualmente, la società Sansenergy Racale S.r.l., si è detta disponibile ad accogliere suggerimenti atti a migliorare la sicurezza dell’impianto e anche sulla condivisione dei benefici.

Non credo che alla fine si raggiungeranno gli standard qualitativi da noi richiesti. Probabilmente alla fine dei colloqui ognuno andrà per la sua strada. Noi per il “no” e loro per il “sì” alla centrale.

Tuttavia vi è la possibilità che la centrale si possa trasformare da fardello a occasione di crescita per Racale e comuni vicini. E, vista la situazione economica attuale, ritengo che bisogna crederci fino in fondo, naturalmente senza concedere alcuno sconto a scapito della popolazione.

Inviterei tutti ad informarsi, a porre domande sui dubbi ma non date per scontato che ciò che si trova su internet sia sempre attendibile.

Dr. Giovanni Palese

Racale, centrale a biogas – Ancora rifiuti!

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Ancora delle precisazioni sulla centrale a biogas di Racale.

Che la sansa sia un rifiuto è ormai materia priva di ogni dubbio.

Abbiamo cominciato, nel precedente post, a prendere in esame le altre biomasse per verificare la loro identità come rifiuto. Anche per le acque di vegetazione, risulta difficile una loro collocazione tra i sottoprodotti.

Ora prendiamo in esame gli effluenti zootecnici.

Gli effluenti zootecnici, a parte la difficoltà di dimostrare la certezza dell’utilizzo da parte del produttore, questa biomassa è elencata tra i rifiuti nell’allegato D alla parte quarta del codice dell’ambiente, al punto 020106 – “feci animali, urine e letame (comprese le lettiere usate), effluenti, raccolti separatamente e trattati fuori sito” .

Quando, inoltre, il loro utilizzo per produrre energia richiede la trasformazione in biogas, e quindi una trasformazione tramite un successivo processo produttivo, essi esulano dalla nozione generale di sottoprodotto di cui all’articolo 183 dello stesso D. lgs, i cui requisiti devono ritenersi cumulativi.

La sopravvenuta normativa di cui al D. lgs. n. 4 del 2008, modificando l’articolo 185 del d.lgs. n. 152/2006, ha incluso “potenzialmente” i liquami tra i sottoprodotti qualora utilizzati per produrre biogas. Tuttavia, i liquami non sono inclusi automaticamente tra i sottoprodotti, ma soltanto qualora siano soddisfatte le condizioni di cui alla lettera p). Inoltre, la modifica vale solo per aziende agricole che utilizzino gli effluenti all’interno di impianti aziendali o interaziendali, escludendo di fatto la Sansenergy Racale S.r.l.:

“…materiali fecali e vegetali provenienti da attività agricole utilizzati nelle attività agricole o in impianti aziendali o interaziendali per produrre energia o calore, o biogas…”

Ancora una volta il legislatore intende premiare i piccoli impianti gestiti dagli stessi produttori dei rifiuti.

Infatti questo è l’unico modo affinché tali impianti siano veramente a basso impatto e a filiera cortissima.

Come si vede, man mano che i giorni passano, la documentazione a favore di un procedimento di valutazione di impatto ambientale approfondito diventa sempre più necessario, in quanto, quella che si è voluta far passare per una centrale elettrica pulita, è in realtà un grande centro di recupero rifiuti (ca. 40.000 t/a) alle porte della Città di Racale, con tutte le conseguenze che questo comporterà in termini di disagio per i racalini.

Centrale a Biogas di Racale – Recupero rifiuti mascherato da attività innocua

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Già da alcuni giorni abbiamo presentato le nostre riflessioni sulla centrale a biogas di Racale agli uffici competenti del Comune di Racale, della Provincia di Lecce e della Regione Puglia.

Le pressioni politiche, affinché il progetto venga realizzato, sono tante!

Non mi aspetto che la mia relazione possa bloccare il proseguimento di un iter burocratico semplificato che, per la tipologia di azienda e di attività, non sarebbe mai dovuto essere attivato.
Tuttavia, credo che, appena questa fase sarà ultimata con un parere di “non assoggettabilità”,  potrebbe essere un’arma in più a favore dei cittadini quando la parola passerà alla Magistratura.

In questi giorni ho approfondito la normativa italiana ed europea, le sentenze dei tribunali ordinari, della cassazione e della corte europea.
Innanzitutto, si vede che la legge italiana è in linea con la direttiva europea ma è più restrittiva. Questo è permesso dagli accordi internazionali.
Cominciamo dalla definizione (D.Lgs. 152/2006 art. 183):

a) rifiuto: qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell’allegato A alla parte quarta del presente decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi;

Quindi in linea di principio qualsiasi oggetto o sostanza che non sia lo scopo della produzione e viene ceduto a qualsiasi titolo è rifiuto!

Tuttavia, la tendenza interpretativa della legge è un po’ più elastica. Se ciò di cui ci si vuol disfare non aumenta la propria pericolosità (o quella dell’intero processo di riutilizzo) per l’ambiente e per le persone e rispetta i requisiti del sottoprodotto può, comunque, non essere considerato un rifiuto.

Allora questo ci porta alla definizione di sottoprodotto che viene riportata nello stesso articolo alla lettera p):

p) sottoprodotto: sono sottoprodotti le sostanze ed i materiali dei quali il produttore non intende disfarsi ai

sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a), che soddisfino tutti i seguenti criteri, requisiti e condizioni:

  1. siano originati da un processo non direttamente destinato alla loro produzione;
  2. il loro impiego sia certo, sin dalla fase della produzione, integrale e avvenga direttamente nel corso del processo di produzione o di utilizzazione preventivamente individuato e definito;
  3. soddisfino requisiti merceologici e di qualita ambientale idonei a garantire che il loro impiego non dia luogo ad emissioni e ad impatti ambientali qualitativamente e quantitativamente diversi da quelli autorizzati per l’impianto dove sono destinati ad essere utilizzati;
  4. non debbano essere sottoposti a trattamenti preventivi o a trasformazioni preliminari per soddisfare i requisiti merceologici e di qualita ambientale di cui al punto 3), ma posseggano tali requisiti sin dalla fase della produzione;
  5. abbiano un valore economico di mercato;

Come vediamo, il requisito primo sarebbe dovuto essere le sostanze ed i materiali dei quali il produttore non intende disfarsi”. In linea di principio potrebbe essere sottoprodotto solo ciò che viene utilizzato dallo stesso produttore. Ma, come già detto questo può essere superato a patto che si rispettino contemporaneamente tutti e 5 gli altri punti.

Veniamo al nostro caso.

Osservazioni:

  1. Il secondo punto, “il loro impiego sia certo”, deve essere garantito dal produttore della sansa, del siero di latte, ecc.. In questo caso, l’unico modo che ha i produttore per fornire tale garanzia è un contratto di acquisto. Contratti che non sono stati esibiti. Pertanto, fino a prova contraria, la centrale utilizzerà rifiuti. Inoltre, le sentenze della Corte Europea e le successive note della Commissione Europea, non si accontentano della certezza di riutilizzo ma affermano la necessità dell’ immediatezza, o quantomeno non apprezzabile ritardo, del riutilizzo rispetto all’evolversi del processo produttivo che origina la sostanza/il materiale di cui trattasi;”. Mentre per gli altri componenti è possibile l’approvvigionamento continuo, la sansa e le acque di vegetazione delle olive vanno stoccata in quanto la loro produzione è stagionale. Non si può garantire l’immediatezza del riutilizzo. Comunque nessuno dei componenti rispetta i requisiti di certezza di utilizzo da parte del produttore, pertanto tutti sono rifiuti.
  2. La sansa per poter essere inserita nel processo di digestione anaerobica, deve essere denocciolata, questo la rende un rifiuto come già diverse sentenze di tribunali di tutti i gradi hanno già dimostrato. Alcune regioni hanno tentato di fare norme meno restrittive ma non hanno voce in capitolo in tal senso. Qualsiasi norma locale o nazionale in questo settore non può essere più permissiva di quella europea e, fin qui, la legge italiana ed europea sono identiche.

Su 5 punti almeno due non sono applicabili alla situazione della centrale. Pertanto, non vi è ombra di dubbio che l’attività della centrale è di recupero di rifiuti è come tale, il suo impatto ambientale viene determinato dalla legge 152/2006 art. 214 commi 2 e 5, i quali rimandano al Decreto del Ministero dell’Ambiente del 05/02/1998. Tale decreto afferma che per la tipologia di impianto (digestione anaerobica) non è previsto l’utilizzo della sansa (codice CERT 020303) pertanto non può usufruire di semplificazioni in quanto il suo impatto ambientale è rilevante. Ma anche ammettendo che il codice rifiuto fosse stato presente il limite di rifiuti recuperabili all’anno sarebbe stato di 10.000 t. In questo caso ne sono previsti oltre 17.000 t solo di sansa.

Riferimenti:

Giovanni Palese

 

REAL ESTATE SALENTO – Case Vacanza
Vacanze Nel Salento – Accoglienza turistica e informazioni.

Racale – Biogas? No, grazie! Perchè il progetto é soggetto alla V.I.A. e perchè non potrà avere parere favorevole.

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Cerchiamo di mettere a fuoco il problema.

La centrale a biogas è soggetta alla V.I.A. perchè:

non appartiene a nessuna delle categorie che possono godere di procedure semplificate e l’impatto ambientale che ne deriverebbe dalla sua realizzazione è tutt’altro che trascurabile, come si può rilevare dalle osservazioni contenute nella nostra relazione. Si è tentato di far passare il progetto come se si utilizzassero sottoprodotti di lavorazioni (per poter saltare la V.I.A. – Valutazione di Impatto Ambientale) per alimentare il processo di digestione anaerobica e, invece, abbiamo dimostrato che, almeno una parte (la sansa), sono rifiuti da mettere in riserva quantitativi enormi. In questo modo l’attività della società Sansenergy Racale S.r.l. diventa di “recupero rifiuti” e, se l’impatto ambientale è rilevante, viene già definito dalla legge (D.M. 05/02/98) …e lo è! Dovrà sottoporsi alla procedura di V.I.A..

La centrale non si può fare perché è la legge a dirlo in tutte le salse.

Uno dei requisiti per ottenere un parere favorevole di V.I.A. è l’equa distribuzione dei vantaggi tra comunità di abitanti, l’ambiente e il richiedente. In questo caso ci è stato impossibile trovare un beneficio, sia pur minimo, per gli abitanti e l’ambiente ma immensi sono quelli della Sansracale S.r.l.. Oltretutto, non è che gli abitanti del posto non abbiano benefici ma, addirittura, un netto peggioramento del rischio della salute e di inquinamento ambientale e per alcuni anche i costi del riscaldamento. Infatti, se aumenta la richiesta di sansa il suo prezzo sale (caldaie a sansa per il riscaldamento domestico).

L’impianto, contrariamente a quanto dichiarato dalla società, non è conforme alle indicazioni del P.E.A.R. (Piano Energetico e Ambientale Regionale). Si tratta del piano che la Regione Puglia ha adottato per produrre energia. Per fare le centrali si devono seguire, per il bene dei cittadini pugliesi, queste regole. Nel piano è previsto l’utilizzo della sansa come biomassa ma per combustione diretta in piccoli impianti. La combustione deve avvenire durante la fase di produzione della sansa presso i produttori.

Non è a norma con le indicazioni B.A.T. (Best Available Tecniques), una norma europea recepita dall’Italia nel 2006, cioè, l’obbligo di utilizzare la miglior tecnica disponibile per un processo. Questo vuol dire ottenere il massimo beneficio possibile (quantità di energia) producendo meno inquinamento possibile e meno rifiuto residuo possibile. Per la sansa la B.A.T. è la combustione diretta. Infatti, né i tecnici esperti della Regione Puglia chiamati a redigere il P.E.A.R., né il Ministero dell’Ambiente nel suo D.M. 05/02/1998, hanno previsto la possibilità di far utilizzare la sansa come biomassa nei processi di digestione anaerobica.

Non è stata una dimenticanza… non si può fare.

Per una volta, leggi europee, nazionali e regionali concordano nel risultato finale!

Poi ci sono decine di altre segnalazioni all’interno della relazione che indicano che, qualora il progetto dovesse essere approvato, probabilmente non funzionerà mai e, qualora dovesse funzionare costituirebbe fonte di insalubrità e di impatto ambientale.

Insomma, mille motivi per dire no ad un progetto che non doveva neanche essere presentato!

Leggi relazione integrale

Dr. Giovanni Palese

Ing. Alberto Stefani

Tanta fatica ma ce l’abbiamo fatta! Ecco le nostre osservazioni al progetto della centrale a biogas di Racale

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relazione centrale biogas racale

relazione centrale biogas racale

Per scaricare in PDF: relazione centrale biogas racale

La relazione è un pò lunghetta e piena di bibliografie e riferimenti normativi.
Abbiamo cercato di motivare ogni osservazione con evidenze di legge o scientifiche.
Nei prossimi giorni preparerò un articolo più divulgativo col liguaggio più semplice possibile, in modo da renderlo accessibile a tutti.
Ora la priorità era quella di presentare le nostre osservazioni, come previsto dalla legge, agli uffici competenti della Provincia di Lecce e e del Comune di Racale.

Spero che, come privati cittadini ed indipendentemente se le nostre osservazioni saranno tenute in conto o meno, abbiamo contribuito a offrire degli spunti di riflessione.

Informo il Comune di Racale che, sicuramente per errore, ha indicato a 30 i giorni utili per presentare osservazioni  che, tale scadenza, è prevista dal D. Lgs. 152/2006 e, come indicato correttamente sul sito della Regione Puglia, corrisponde a 45 giorni.

La relazione è a disposizione di tutti. Vi preghiamo solo, in caso ve ne doveste servire a qualsiasi scopo, di citare gli autori, grazie!

Per scaricare in PDF: relazione centrale biogas racale

Dr. Giovanni Palese

Ing. Stefani Alberto

Un’ultimo post sulla centrale a Biogas di Racale

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Vorrei precisare che non sono contrario all’utilizzo del biogas come fonte energetica alternativa. Se le centrali di questo tipo venissero fatte con adeguati accorgimenti potrebbero essere un’alternativa.

Ulteriori criticità:

  1. L’azienda intende limitare i cattivi odori coprendo a tenuta i prodotti stoccati. Vorremmo far notare che i cattivi odori sono gas e i contenitori a tenuta stagna esploderebbero andando sotto pressione perchè lo sviluppo di gas continua per fermentazione naturale. Comunque, ogni qualvolta si aprisse il contenitore, tutti i gas sotto pressione verrebbero dispersi nell’ambiente. Inoltre, la carenza di ossigeno sposterebbe i processi digestivi batterici ulteriormente verso la fermentazione aumentando il cattivo odore. Logica vorrebbe l’utilizzo di sfiatatoi con filtri attivi. Allora sì che si starebbe cercando di ridurre il cattivo odore!
  2. Altro accorgimento per ridurre la diffusione dei cattivi odori è quello di ridurre al minimo i tempi di stoccaggio. Ma come è possibile? La sansa e il triticale sono prodotti stagionali. Si producono in una stagione e si conservano per essere utilizzati tutto l’anno. O forse non si intende utilizzare veramente la sansa?
  3. Inoltre, non si parla di accordi con alcun frantoio. E se dopo aver costruito la centrale nessuno volesse fornire la sansa perchè si ritiene il prezzo non adeguato? La sansa, sarà conferita alla centrale come rifiuto da smaltire con conseguente pagamento delle relative tasse o come combustibile? Tutto questo non ci è dato sapere.

Sono tante le criticità di questo progetto che l’Ing. Alberto Stefani e io cercheremo di raccogliere in una relazione che forniremo a chiunque ne faccia richiesta. Il blog non è luogo di approfondimenti.

Dr. Giovanni Palese (Laureato in Scienze Biologiche)
Ing. Alberto Stefani (Ingegnere dell’Ambiente e del Territorio)

Impianto Biogas a Racale: “Benvenuti su scherzi a parte!”

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Per cominciare un ringraziamento va al Sindaco Donato Metallo e alla sua giunta per aver reso pubbliche le informazioni sull’impianto in questione: segno di un significativo cambiamento dell’amministrazione racalina verso la trasparenza e il coinvolgimento dei cittadini di Racale nell’amministrazione del paese.

Andiamo subito in merito alla questione. Credo che il progetto sia privo di qualsiasi base per esistere. Purtroppo in questi post non ci si può dilungare nelle spiegazioni. Farò una rapida rassegna delle cose che non vanno nel progetto.

La mia formazione e biologico-chimica e non entrerò nella discussione del progetto di costruzione perché non ne ho le competenze ma solo per la parte di mia pertinenza (più che sufficiente a dire che nel progetto di approvvigionamento delle materie prime e di smaltimento dei residui è del tutto assente).

Innanzitutto, nella presentazione del progetto non vi è alcun riferimento alle controindicazioni e agli effetti collaterali di questo tipo di impianti, le cui correzioni sono onerose (tali effetti li ho descritti nel post precedente). Nella presentazione si parla di energie pulita, di utilizzo di scarti di lavorazione difficilmente smaltibili altrimenti… insomma, i supereroi all’opera che salvano il mondo dall’inquinamento per beneficenza.

Obiezioni:

  1.  L’azienda afferma di essere una leader nel settore ma poi si guarda bene dall’indicare dove è possibile trovare i suoi impianti per verificare se gli altri si trovano bene (le referenze si danno sempre).
  2. Gli impianti a biogas e a biomasse, dovrebbero per legge utilizzare come fonti da trattare prodotti di scarto per di più da reperire nelle immediate vicinanze della centrale. Infatti dalla loro relazione si legge: ”ottimizzare la localizzazione territoriale dell’impianto rispetto ai luoghi di produzione dei prodotti agricoli e dei sottoprodotti agro-industriali impiegati nel processo, riducendone il raggio di raccolta (< 40 km), così come è rimarcato dalla normativa nazionale (filiera corta).”.  Vediamo come sara alimentata la centrale:

a. Secondo i loro calcoli fatti dai progettisti, la centrale, utilizzerà ben 9125   tonnellate/anno di insilato triticale. Il triticale è una specie ibrida artificiale ottenuta da frumento e segale. In Italia è quasi sconosciuta, è diffusa soprattutto nei paesi nordici per la sua resistenza al freddo. La sua produttività in climi e terreni idonei  è di 16,5 tonnellate per ettaro. Per produrre la quantità necessaria alla centrale, in condizioni ottimali, occorrebbero 553 ettari coltivati con questa coltura. Credo che una tale superficie coltivata a triticale non esista neanche in tutta la Puglia. Oltretutto non sarebbe un prodotto di scarto di alcuna lavorazione ma verrebbe prodotto apposta,  sottraendo superficie coltivabile a scopi alimentari facendo aumentare i prezzi. Non ho avuto modo di leggere la legge regionale di riferimento ma, quand’anche la legge lo consentisse, la morale no! Quando al mondo si muore di fame per mancanza di pane, bruciare tante tonnellate di cereali pone anche un problema etico!

b. Inoltre, utilizzerà una quantità di sansa d’oliva pari a 17.338 tonnellata all’anno. Ma la sansa di oliva non è più uno scarto di produzione da molti anni. Anzi, è diventata ulteriore fonte di reddito da parte dei frantoi, in quanto, vista l’impennata del prezzo del gasolio e del gas, è ritornata ad essere una fonte di energia per il riscaldamento domestico. La presenza della centrale ne farebbe salire il prezzo con ricadute economiche non indifferenti su alcune famiglie della zona. La sansa viene classificata come scarto di lavorazione, quando poi è già risorsa economica, anche senza la centrale.

c. Nella relazione viene riportata la presenza di acido solfidrico in tracce. E’ vero! Ma il problema è che il nostro naso quelle tracce le avverte. Non è tossico ma puzza d’accidente! In seguito le guarnizioni cederanno e la puzza diverrà insostenibile.

d. Le materie prime che alimentano la centrale puzzano anch’esse.

e. L’ultimo punto è il rischio sanitario. Intendono spargere il digestato nel terreno in loco (non si capisce dove!) ma i batteri che si producono sono pericolosi soprattutto per gli animali da pascolo.

Forse le linee guida generali sono rispettate ma agli amministratori locali spetta la valutazione della compatibilità con l’economia e le esigenze locali!

Del resto una società che si chiama SansEnergy Racale s.r.l. che sceglie a la sede legale a circa 100 km di distanza non ci fa stare molto tranquilli. Si vede che dai loro calcoli i guai arriveranno molto lontano!

Dr. Giovanni Palese

 

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